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AEC v1.0.4

Chiesa di San Giorgio a Mandonico

martedì, Novembre 1, 2011 @ 07:11 PM

L’ambiente
La chiesa si trova appena oltre la orrida Valle dei Mulini e a monte del nucleo di Dorio, da cui ugualmente si può giungere in pochi minuti.
Sorge biancheggiante su una piazzuola erbosa poco sotto un gruppo di splendidi edifici rustici in grezza pietra locale costruiti fra il sec. XVI e il XIX, i quali costituivano il luogo di Mandònico, ora disabitato.

L’architettura
La chiesa esisteva nel 1412 ed era munita di un portico antistante dove si radunava la comunità di Dorio.
Era retta da un beneficiale della comunità che nel 1506 ottenne la dignità parrocchiale, durata fino al 1677 quando venne trasferita in Dorio.
La veste attuale risale appunto alla seconda metà del Seicento, con ulteriori modifiche del 1804 concernenti la facciata, nella quale si osservano fenestrature di diversa epoca e l’elegante portale di inizio Seicento.
La piccola navata di circa 5 m per 12,5 ha un soffitto piano e, dopo gli arconi dello stretto presbiterio con volta a botte, mantiene l’abside semicircolare della più antica struttura, risalente probabilmente al sec. XIII.

Gli affreschi del 1492
Un tempo l’interno era riccamente dipinto, ma ora rimangono solo alcuni freschissimi riquadri affrescati sulla parete settentrionale, restaurati nel 1983, racchiusi da un raffinato fregio laterale a clipei circolari e ramificazioni foglia-te. Nel registro superiore un S. Giorgio a cavallo soccorre una fanciulla e trafigge il drago nello sfondo di un paesaggio di lago, colline, rocce, castelli; accanto una Vergine sta assisa in trono col Bimbo il quale stringe un uccellino. Inferiormente sono ritratte le figure stanti di S. Michele in armatura che calpesta il demonio e con la tradizionale bilancia per la pesature del bene delle anime; S. Antonio abate accompagnato dal maialino; la Madonna che in trono mostra un fiore; S. Gottardo patrono dei mercanti, dei febbricitanti e dei viandanti. Nelle iscrizioni frammentarie delle fasce orizzontali bianche si legge la data 1492. Le opere parlano con alta qualità dell’incantevole mondo tardogotico lombardo, in evidente richiamo all’atmosfera del Bergognone; vengono avvicinate alla produzione di Bernardino de Rossi, attivo a Milano e Pavia, oppure di Battista da Musso, attestato più tardi in dipinti di Crémia, Garzeno e Gravedona. Sull’altare si trova un curioso globo marmoreo col serpe demoniaco, probabile resto di una statua, e un Crocifisso emergente da un secco Calvario ligneo.

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