Archivio categoria ‘Colico’
COLICO – TURISMO – SPORT
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COLICO – PERCORSI
TREKKING – Percorsi a piedi
BYKE – Percorsi in bicicletta
Legenda

Al fine di prevenire qualsivoglia inconveniente, è consigliabile acquisire sempre informazioni aggiornate sulle condizioni di un percorso, sulle condizioni metereologiche ed utilizzare abbigliamento ed attrezzature adeguate.
Si declina qualsiasi responsabilità riguardo eventuali incidenti o inconvenienti che potrebbero accadere percorrendo gli itinerari descritti.
L’opuscolo COLICO OUTDOOR è disponibile presso l’Ufficio Turistico
COLICO – MONUMENTI
Chiesa di San Rocco a Villatico
L’oratorio di San Rocco sopra Villatico è una delle circa 30 chiese dedicate al santo, erette sul territorio lariano dall’epoca medioevale fino al 1600, a riprova della diffusione del culto a questo taumaturgo in epoche di frequenti e gravi epidemie che decimavano le popolazioni e i loro animali. La piccola chiesa sorge sulle pendici del Monte Legnone, ad una all’altezza di circa cinquecento metri, in una zona leggermente pianeggiante e boscosa quasi a metà strada tra i due torrenti che attraversano il territorio di Colico e che sfociano nel Lario: il Perlino e l’Inganna.
La località sembra che non sia mai stata abitata in forma permanente ma è attraversata da una antica importante via di comunicazione (ora denominata sentiero del viandante) che collegava tra loro i paesi della sponda orientale del Lario prima della costruzione da parte degli austriaci della strada militare della riviera nella prima metà dell’ottocento…
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Museo Cultura Contadina- Via Campione 21 – Colico
Conserva le testimonianze della vita contadina fra ‘800 e ‘900 con oggetti relativi alle attivita’ domestiche, artigianali, agro-silvopastorali, economiche, commerciali e al culto religioso.
Abbazia di Piona
L’Abbazia di Piona, storicamente collegata a quella di Vallate, i cui suggestivi ruderi sono visitabili a pochi chilometri dal paese, in direzione di Morbegno, rappresenta uno dei complessi conventuali più suggestivi del luogo, sia per il fascino dell’ambiente naturale, sia per la presenza di testimonianze artistiche molto rilevanti. La chiesa, sorta nella metà del XI secolo, ma soggetta ad ampliamento già nel secolo successivo, presenta una facciata a capanna, con una grande finestra centrale a tutto sesto.
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Chiesa di San Rocco
“
La piccola chiesa, intitolata originariamente ai Santi Fabiano e Sebastiano, sorge fuori dall’abitato sulle pendici del Monte Legnone, quasi a metà strada tra il corso del Perlino e quello dell’Inganna, all’altezza di cinquecento metri. L’impianto è romanico, come evidenziato dall’abside semicircolare, ma a partire dal 1401 subì diversi rimaneggiamenti. Conserva, specialmente nell’abside, tracce pittoriche abbastanza consistenti, dovuto a un ignoto, ma capace pittore che dovrebbe aver operato nei primi anni del XV secolo. Particolarmente notevoli il Cristo in mandorla, o Pantocratore, ai cui lati stanno i profeti Geremia ed Isaia. Nel corso di una campagna di restauro svoltasi negli ultimi anni, è stato rinvenuto un’interessante affresco raffigurante l’Ultima Cena.
Tempietto di San Fedelino
Il tempietto di San Fedelino sorge sul posto dove, secondo la tradizione, fu martirizzato il santo durante l’impero di Massiminiano.
La località venne individuata da una pia donna in seguito ad una rivelazione divina; una volta dissepolte, le reliquie del martire furono portate a Como e il punto in cui vennero trovate fu consacrato con l’erezione di un tempietto.
La piccola struttura che presenta molti degli elementi fondamentali del romanico lombardo, è un vero e proprio gioiello in miniatura, una fra le più antiche testimonianze in Lombardia.
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Chiesa di San Miro
San Miro nacque a Canzo nel 1345. Il Santo, dopo aver donato tutti i suoi averi ai poveri, condusse una vita solitaria, prima presso il suo paese, poi sui colli di Roma dove giunse dopo un lungo pellegrinaggio e infine a Sorico dove morì nel 1381.
La chiesa di San Miro è di origine romanica e risale presumibilmente al XII secolo.
È menzionata per la prima volta in un documento del 1286 conservato presso la collegiata di Chiavenna.
Originariamente era dedicata a S. Michele e dell’antico edi!cio rimangono nella navata destra alcuni affreschi trecenteschi e una monofora.
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Chiesa di san Bernardino (Villatico)
Il nome Villaricho appare per la prima volta in un atto di vendita del 1154. Alcuni documenti testimoniano, nel 1239, l’esistenza in territorio di Colico, di un mulino idraulico che ragionevolmente possiamo collocare in Villatico, lungo il tragitto della roggia molinara. Alla fine del XIII secolo di sicuro c’era a Villatico un piccolo tempio, perché le testimonianze affermano che a quell’antica comunità era assicurato un servizio religioso. Solo verso la fine del XV secolo la chiesa fu dedicata a San Bernardino, un predicatore senese che attraversò a piedi l’Italia predicando la riforma religiosa, la giustizia sociale e operando a favore della pace tra le città allora in conflitto.
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Forte Montecchio Nord
Costruito tra il 1911 ed il 1914, il Forte Montecchio è l’unico forte militare italiano della Grande Guerra che abbia conservato ancora intatto il suo armamento originario. Funzione principale del Forte era quella di controllare le strade dello Spluga, del Maloja e dello Stelvio nel caso che gli Imperi Centrali, violando la neutralità della Svizzera, avessero deciso di invadere il Nord Italia. Dati gli eventi bellici il forte, che costituiva il punto di forza di un complesso sistema di sbarramento che si prolungava fino al Monte Legnone, rimase inattivo durante tutta la Prima e la Seconda guerra mondiale.
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Forte Fuentes
Tra il 1603 ed il 1606, il conte di Fuentes, governatore di Milano, fece costruire sul Montecchio una fortezza a scopo di difendere il confine settentrionale del Ducato di Milano da francesi e Grigioni svizzeri, che all’epoca occupavano la Valtellina e la Valchiavenna. La piana del forte era allungata, con opere a corno nelle estremità, mentre l’andamento irregolare delle mura, che uscivano e rientravano come cunei, consentiva una migliore difesa della bastionata. Il forte si sviluppava su diversi livelli: in alto, ancora visibile, il palazzo del governatore, che però, a causa dell’insalubrità dell’aria, risiedeva a Gravedona; ai livelli più bassi i quartieri del soldati.
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Torre di Fontanedo
Alle pendici del monte Legnone, lungo la sponda destra del torrente Inganna, su un poggio a circa 500 metri d’altitudine, sorgono i resti di un complesso fortiffcato noto come Torre di Fontanedo.
Si tratta di un piccolo borgo che segue l’orografia rocciosa del luogo ed è disposto su due livelli, una parte alta su cui si trova la torre e una parte più bassa, verso Colico, con una serie di edifici in linea.
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Torri Montecchio Nord
Sullo sperone sud occidentale del Montecchio Nord, poco distante dalla foce del torrente Inganna, sorgono due piccole torri, distanti tra loro una trentina di metri e legate a tratti da una muraglia che farebbe pensare a un recinto di collegamento o a una cortina di difesa.
Alcuni storici avanzano l’ipotesi che sul colle vi fosse già una vedetta romana, in seguito occupata dai Longobardi.
Le torrette odierne farebbero parte della linea di fortificazione voluta da Bernabò Visconti nel 1357 a vigilare il passaggio sulla via del lago.
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Pian di Spagna
Situato nel punto d’incontro della Valtellina e della Valchiavenna con il Lago di Como, il Pian di Spagna è una pianura alluvionale formata dai detriti portati nel corso dei secoli dai fumi Adda e Mera.
Si trova sul corridoio di migrazione dello Spluga, uno dei punti di attraversamento più breve dell’arco alpino, ed è una zona umida di interesse internazionale sia per dimensioni che per le caratteristiche del suo habitat naturale.
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COLICO – STORIA E GEOGRAFIA
Colico si trova nella parte orientale dell’Alto Lario, dominato dalla prealpe più alta, l’imponente Monte Legnone con i suoi 2610 m. Anche il suo gemello, il Monte Legnoncino con i suoi 1714 m, è parte importante del panorama colichese. Vicino a Colico si trova un’importante riserva naturale, il corridoio di migrazione del Pian di Spagna che però è già in territorio della Provincia di Como. I due principali corsi d’acqua di Colico sono l’Inganna ed il Perlino. Poi c’è anche il fiume Adda che fa da confine naturale con la Provincia di Como.
Situato sulla sponda orientale del Lago di Como, in posizione chiave lungo le direttrici stradali che collegano Lecco, Chiavenna e Sondrio, il Comune di Colico vanta origini molto antiche. Alcuni ritrovamenti archeologici, infatti, testimoniano la presenza di insediamenti abitativi in zona fin dall’epoca preromana e romana.
La storia locale fu poi per secoli fortemente condizionata dalla particolare ubicazione: Colico, infatti, subì sia le devastazioni e le pestilenze arrecate dalle diverse soldatesche di passaggio, sia l’insalubrità di un territorio dominato dagli umori del fiume Adda.
Nel XIII secolo Colico si eresse a comune e tra il quattrocento e il cinquecento, venne infeudato da diversi signori tra cui i Visconti, i Sanseverino, gli Sforza, i Caldarini, i Pusterla, e gli Alberti.
Nei primi anni del XVII secolo, il conte Fuentes, governatore spagnolo del Ducato di Milano, fece innalzare un’imponente fortezza sulla sommità del Montecchio, al confine con la Valtellina. Il luogo non ricoprì mai, in realtà, una vera funzione militare e per tale ragione venne venduto a privati ed infine smantellato. La sua erezione è tuttavia testimonianza del clima bellico di quegli anni, caratterizzati dalle continue guerre tra Francesi, Spagnoli, Veneziani, Grigioni e Austriaci.
Alla fine del seicento il territorio circostante si presentava come un vasto acquitrino desolato e maleodorante. I primi segni di cambiamento si registrano solo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, con l’apertura delle strade dello Stelvio, del Maloia e dello Spluga e soprattutto con l’inalveamento dell’ultimo tratto del fiume Adda che favorì la bonifica del Pian di Spagna, oggi divenuto la più importante riserva naturale della regione Lombardia.
APPROFONDIMENTI
Colico Ieri e Oggi di Giovanna Zugnoni
Villatico: La Chiesa di San Rocco – Storia
Data la posizione del tempietto in mezzo ai boschi di castagni e anticamente di querce, non è inverosimile ritenere che al tempo degli antenati celti in questo posto sorgesse un luogo di culto delle loro divinità silvestri.
Per ora non sono stati recuperati scritti che documentino la data precisa della costruzione dell’oratorio, però la sua dedicazione al martire Sebastiano dei primi secoli e soprattutto l’impianto romanico dell’edificio, come evidenziato dalla bassa e ridotta abside semicircolare con una monofora fatta successivamente chiudere, sembrano farlo risalire al secolo XIV.
Su questa piccola abside si innesta un’unica navata piuttosto spaziosa che, come si può desumere dalle sue dimensioni e dalla sua configurazione, è frutto di ampliamenti e di rimaneggiamenti iniziati già a partire dal secolo XV, proseguiti fino al XVII e conclusi solo una decina di anni fa(2002) .
La documentazione scritta sull’antica chiesa di san Sebastiano inizia solo dal 1582 con le indicazioni contenute negli Atti della visita pastorale del vescovo Antonio Volpi [ASDC, Visite pastorali Volpi]
“S’alzi l’altare maggiore almeno un palmo, s’otturi il finestrello per il qual si può guardare sopra esso altare, si levino gl’altari dei dodici apostoli et quello che è fuori della porta, si levi il vaso di pietra che è presso il ceppo dell’elemosina, il lavello dell’acqua benedetta si trasporti dentro la chiesa, il cimitero si serri tra due mesi (…) sotto pena dell’interdetto”.
Il documento contiene alcuni errori in quanto la chiesa è posta in località “Fontanè” (Fontanedo). L’altare dei dodici apostoli a cui fa riferimento il vescovo evidentemente era collocato sotto l‘affresco dell’Ultima Cena, lungo la parete sinistra. Il finestrello è senz’altro la monofora chiusa posta nella parte bassa centrale dell’abside. Il cimitero menzionato era sicuramente un luogo di sepoltura delle vittime delle pesti di quel periodo ricavato sul sagrato del tempio.
Circa dieci anni dopo nel 1593 viene effettuata la visita del grande vescovo riformatore Feliciano Ninguarda, originario di Morbegno. Anche negli atti di questa visita si trova soltanto un succinto elenco delle chiese del territorio. Si fa menzione di una chiesa dedicata a san Sebastiano erroneamente collocata in “Fontanè” e quella di Santa Croce a La Corte, ove peraltro non è mai esistita alcuna chiesa.
[cfr. M. Fattarelli, La sepolta Olonio e la sua pieve alla sommità del lago di Como e in bassa Valtellina, Lecco 1986, pg. 584]
È negli atti della visita pastorale di Filippo Archinti che, in data 27 giugno 1599, troviamo la prima, seppur sintetica descrizione della chiesa di San Sebastiano, che si riporta nella traduzione italiana recentemente pubblicata
“Chiesa di san Sebastiano, appartiene a san Bernardino di Colico. C’è un’antica cappella oscura in cui si trova l’altare. È consacrato. Mensa di marmo, ricoperta di tela, ma non cerata. Nessuna icona né pittura. La predella si può accettare. Manca tutto [l’arredo ndr]. Muri come cancelli (= le balaustre sono costruite da muri, ndr). Questa chiesa è rivolta a oriente (?); ha un’unica navata; non è consacrata. Copertura con soffitto, pareti in parte dipinte, in parte imbiancate. Pavimento in cotto. Facciata della chiesa dipinta; in essa c’è la porta maggiore. Nessuna acquasantiera; tre finestre senza impannate. Campanile con una campana”.
Il vescovo ordina quindi che “l’altar si orni di croce, et candellieri d’auricalco, di tovaglie necessarie, et tavolette per le secrete, et se li facci un’icona con qualche bel mistero”; e inoltre prescrive di collocare un’acquasantiera e di porre vetri o impannate alle finestre.
[cfr. F. Archinti, visita pastorale alla diocesi, ed. parziale in archivio storico della diocesi di Como, vol. 6, (1995) pg. 171]
Gli atti di visita del vescovo Lazzaro Carafino, per quanto ci riguarda, contengono uno schizzo topografico del territorio di Colico, in cui sono evidenziate le strade, la parrocchiale di S. Bernardino, le quattro chiese dipendenti (San Fedele, San Giorgio, Santa Croce e San Sebastiano) con la distanza dalla parrocchiale, il numero degli abitanti delle singole località e la disposizione delle case attorno alle chiese. Villatico (San Bernardino) conta 148 abitanti, La Corte (San Fedele) 95, San Giorgio (Colico piano) 55; Fontanedo (Santa Croce) 120; Curcio (senza chiesa) 12; nessun abitante presso la chiesa di San Sebastiano. Anzi si afferma che la chiesa sorge in mezzo al bosco.
La visita del sacerdote di Domaso don Pietro Martire Raimondo, inviato dal vescovo Torriani, è forse la prima alla chiesetta o oratorio allora chiamato di san Sebastiano. Il visitatore si sofferma infatti sui minimi particolari sia sull’ubicazione, sia nel descrivere la piccola costruzione e la povertà dei suoi arredi. Inoltre l’oratorio viene ancora denominato di San Sebastiano, sebbene si sia già diffusa la devozione a san Rocco, protettore degli appestati.
Il visitatore riferisce che l’oratorio sorge in località che il popolo (vulgo) chiama Guasto, in montibus colici, dove non abitano famiglie in permanenza, a circa mille passi dalla chiesa parrocchiale di san Bernardino. Ha un solo vano con un arco a metà a sostegno del tetto. È costruito in pietra e, in parte, risente della vetustà dei tempi. Il pavimento è in calcestruzzo ed è alquanto ineguale. Esiste un solo altare e non si sono suppellettili sacre se non un pallio, due tovaglie e le tavolette con le orazioni da leggere a bassa voce (le carteglorie). La chiesetta che ha sul davanti un fornice, e cioè una tettoria come riparo per i viandanti o per i pastori del luogo, non possiede ornamenti a eccezione di una icona della beata Vergine Maria con a lato san Sebastiano e San Rocco con cornice di legno. Non possiede beni immobili e si mantiene con le elemosine dei fedeli. Vi si celebra due volte all’anno, nelle feste dei due santi titolari, il 20 di gennaio e il 16 di agosto.
Il toponimo Guasto non è conservato a lungo e tanto meno tramandato ai posteri in quel di Colico, ma è il cognome di un proprietario residente a Gravedona, dove il toponimo è ancora conservato. Circa la distanza prospettata in mille passi tra la parrocchia e il montano oratorio è da pensare che il visitatore si sia servito di un sentiero, non certo del tracciato dell’attuale strada, che comporta una lunghezza assai maggiore”.
[da M. Fattarelli, Colico attraverso i secoli, 2003. pg. 163]
Il 14 giugno 1777 un visitatore delegato dal vescovo Mugiasca redige un rapporto sulla parrocchia, di cui citiamo alcuni punti:
“Alla chiesa di San Bernardino appartengono quattro chiese filiali: San Fedele, San Giorgio, Santa Croce e San Sebastiano”
[Da M. Fattarelli, ibidem, pg. 177]
Don Graziano Porlezza, parroco di San Bernardino dal 28 giugno 1852, compila una relazione sulle chiesi filiali della sua parrocchia:
Dopo aver descritto a lungo la chiesa di San Giorgio in Colico piano, parla della chiesa di Santa Croce a Fontanedo e nomina “San Rocco al monte, con un solo altare. Si celebra per voto, con processione ogni venerdì di maggio, più la stazione di san Rocco”. [Da M. Fattarelli, ibidem, pg. 200]
Nel secolo XIX venne edificato davanti alla facciata il profondo portico, tipo nartece delle chiese romaniche, non più per i catecumeni ma per proteggere i pellegrini nel caso di intemperie.
In quell’epoca venne sopraelevato l’armonico campanile decorato ad archetti pensili, merli e da un’alta guglia piramidale. L’esterno costituisce una struttura particolarmente articolata e sorprendente avvolta dal fascino della vegetazione circostante.
Roberto Pozzi
Villatico: Chiesa di San Rocco –
Il Martirio di San Sebastiano
All’interno della chiesa di San Rocco è conservato uno splendido affresco risalente al secolo XVI che rappresenta, su una superficie di cm. 250 per cm 500, la scena del martirio di san Sebastiano colpito dagli arcieri dell’imperatore Diocleziano assiso su un trono davanti ad un vasto panorama di paesaggio lacustre e montano.
Il santo si erge al centro della scena, nudo con il suo corpo atletico di soldato coperto dal solo perizoma. È legato con le braccia alzate alla colonna. Questa posizione gli consente di guardare negli occhi l’imperatore che lo ha condannato e assiste sorridente al supplizio e allo stesso tempo essere ammirato dai devoti. Nelle braccia e sul fianco destro sono già ben conficcate cinque frecce. Sopra di lui lo assistono due angeli rivestiti da morbide tuniche rigonfie con un lungo cartiglio. Alle spalle si apre un vasto paesaggio coronato da colli con castelli. Sembra che il frescante si sia voluto ispirare al paesaggio che si ammira da Posallo osservando l’immissione del Perlino nel laghetto di Piona.
A destra del santo ci sono due arcieri: uno seduto su un cippo sta inserendo la freccia nella balestra mentre l’altro in piedi con il cappello frigio sta scoccando la freccia da un arco. Ai loro piedi giace una faretra colma di frecce.
Alla sinistra del santo altri due arcieri, uno che sta caricando la balestra e l’altro, con uno svolazzante mantello, a distanza molto ravvicinata sta prendendo la mira per scagliare la freccia proprio diretta al cuore del martire.
Ai margini, quasi incollato alla cornice di destra di chi guarda, assiste al supplizio l’imperatore Diocleziano: indossa un ampio mantello e porta un berretto frigio o forse simile al berretto dei dogi veneziani dell’epoca.
L’ambiente è signorile, come corrisponde ad una corte in presenza dell’imperatore, il quale regge una canna di comando, che può essere uno scettro. Diocleziano è accompagnato da un capo militare che impugna una spada e che indossa un turbante orientale e una corazza; accanto, un consigliere avvolto in un mantello che tiene in mano con una pergamena arrotondata, probabilmente l’atto di condanna del martire che aveva trasgredito gli ordini dell’imperatore. Ai piedi del sovrano un simpatico cagnolino rivolge il muso allo spettatore.
Sulle cornici laterali adornate con motivi floreali tipici del Cinquecento, si possono ammirare i ritratti a mezzo busto della famiglia dei donatori dell’affresco: a destra di chi guarda in alto il marito e sotto la moglie, mentre a sinistra sono ritratti i due figli.
Non possono sfuggire all’attento osservatore i graffiti sulla cornice rossa inferiore. Uno di essi porta un’invocazione al santo: “Sancte Sebastiane liberanos a morbo et peste”. È una toccante testimonianza di un devoto anonimo del Cinquecento o del Seicento che si rivolge con fede la santo, prima che venisse sostituito da san Rocco nella sua funzione protettiva. Un altro graffito presenta una serie di cifre nove e un altro ancora riporta la firma di un “de Puteo” (Pozzi) cognome diffuso a Gravedona.
Roberto Pozzi
Villatico: Chiesa di San Rocco – L’ultima Cena
Nella chiesa di San Rocco di Villatico, vicino all’altare si trova un affresco di cm 250 per cm 600 raffigurante l’Ultima Cena, risalente al secolo XVI e rinvenuto nel corso di una campagna di restauro svoltasi negli ultimi anni.
La scena è dominata dalla figura centrale di Gesù che con una mano porge il boccone intinto nella salsa di erbe amare a Giuda e con l’altra accarezza amorevolmente sulla schiena Giovanni, il discepolo prediletto, accovacciato sul suo petto. L’autore vuole fermare l’immagine nel momento i cui Gesù ha appena annunciato che uno dei presenti lo avrebbe tradito e subito dopo indica a Giovanni chi sarà l’autore del tradimento con il gesto amichevole di offrire un boccone.
Gli altri commensali pur rimanendo sgomenti continuano la cena: chi mesce il vino nel bicchiere, chi stacca un pezzo di carne dalla portata centrale con un coltello, chi lo porta alla bocca e chi sta per sorseggiare un calice di vino. È strano che Giuda unico seduto quasi di fronte a Gesù si sia inginocchiato ed abbia in testa l’aureola di santo. A meno l’autore abbia voluto interpretare alla lettera il vangelo che sottolinea che Satana entrò nel suo corpo subito dopo aver assaggiato il pezzo di pane offerto da Gesù e non prima. Pietro che aveva chiesto a Giovanni di farsi dire il nome del traditore da Gesù si trova alla destra e tiene qualcosa in mano, forse un coltello o un pezzo di carne.
La tavola è riccamente imbandita e decorata. In primo piano appare l’abbacchio servito in salse in una originale marmitta e accompagnato da erbe amare secondo il rito ebraico voluto dal Levitico. È in questa pentola che Gesù ha intinto il boccone che sta offrendo a Giuda che si è alzato dalla sua sedia e si è inginocchiato. Vi è anche un piatto di portata con nientemeno che un maialino lattonzolo. È certamente un elemento antistorico perché gli ebrei non mangiavano il maiale, ma gli abitanti di questo territorio e i devoti della Valvarrone che celebravano san Rocco sicuramente mangiavano maialino allo spiedo, o almeno costine e luganech. Oltre alle pagnotte, che sembrano più polentine (perché il pane da noi si mangiava poco) non mancano i bicchieri di vino rosso (pochi e piccoli, in verità) e perfino frutta di stagione, le ciliegie che crescevano sulle pendici del Legnone e del Legnoncino.
È possibile confrontare questa Cena, con quella coeva molto più famosa del celebre Leonardo. Entrambe vogliono rappresentare lo stesso momento drammatico di stupore e di sgomento degli apostoli: Nella cena di Leonardo tutti hanno smesso di mangiare e parlano divisi in gruppi di tre, mentre il nostro autore dà maggior vivacità alla scena mostrando i commensali stupiti con il gesto della mano alzata ma, allo stesso tempo ancora intenti a mangiare o a bere.
Sul bordo della tovaglia erano scritti i nome degli apostoli: ora si può leggere con chiarezza quello di Matteo e le iniziali di Tommaso. Di fronte al capotavola di destra di chi guarda appare una figura femminile inginocchiata, probabilmente colei che ha finanziato l’affresco.
Da notare che siamo nel Cinquecento e il convivio è improntato a una dimensione fortemente collettiva, in tal senso bisognerà interpretare la pratica di utilizzare assieme le medesime posate (il coltello) le medesime coppe per bere e i medesimi taglieri su cui sono disposti le carni. La forchetta verrà introdotta sulle tavole italiane solo verso la seconda metà del sec. XVI. Di difficile interpretazione quei cinque oggetti posti a regolare distanza al centro tavola: saranno saliere, portauova o porta lumi?
Roberto Pozzi
Villatico: Chiesa di San Rocco –
Gli affreschi dell’Abside
Nella Chiesa di San Rocco presso Villatico, è possibile ammirare le pitture medioevali della calotta absidale.
L’impianto di questi affreschi segue il tipico schema dell’epoca e sono dovuti a un ignoto, ma capace pittore che dovrebbe aver operato nei primi anni del XV secolo.
Mettendosi al centro e guardando in alto, si ammira al centro la figura del Cristo Pantocrator all’interno dalla nella mandorla simbolo della sua divinità e circondato da tanti angioletti. La parte superiore dell’affresco con il volto del Cristo è stato molto rovinato quando venne innalzata la nicchia in cemento che contiene oggi la statua di san Rocco. Il Cristo benedicente regge un libro aperto sulle ginocchia in cui si possono leggere le parole “Ego sum lux mundi, veritas et vita” (Io sono la luce del mondo, la verità e la vita) ed è rivestito dal mantello rosso, simbolo della sua umanità che “nasconde” la veste azzurra, simbolo della sua divinità. Da notare i fermaglio in rilievo del mantello.
Il Cristo è circondato dai quattro evangelisti raffigurati nelle loro forme simboliche: figure umane dotati di grandi ali e sopra il capo il loro simbolo tradizionale. A fianco del Pantocrator alla sua sinistra in alto l’immagine dell’evangelista San Giovanni con le grandi ali verdi e sul capo il suo simbolo dell’aquila, regge un cartiglio con il suo nome. Sotto la figura umana con ali verdi di san Marco con il simbolo del leone sul capo. Al fianco destro del Cristo ci sono le figure in alto dell’evangelista Matteo con ali verdi e il simbolo dell’uomo sul capo e sotto la figura di Luca con ali rosse e il simbolo del bue/vitello sul capo. Questa forma di identificare gli evangelisti è alquanto singolare: normalmente troviamo soltanto il simbolo del tetramorfo o in rappresentazione più recenti l’immagine dell’evangelista con accanto il suo simbolo.
Ai lati stanno i profeti Geremia ed Isaia con il cartiglio del loro nome che hanno vaticinato la venuta del Messia sofferente che salva il suo popolo
Nella frangia inferiore partendo da sinistra vi è una scritta lacunosa che inizia con le parole hoc opus (questa opera), poi si può leggere il nome Martinus e dopo uno spazio la data MCCCI (1401)
Roberto Pozzi







