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Villatico: La chiesa di San Rocco

domenica, settembre 30, 2012 @ 03:09 PM

La Chiesa di San Rocco a VIllaticoL’oratorio di San Rocco sopra Villatico è una delle circa 30 chiese dedicate al santo, erette sul territorio lariano dall’epoca medioevale fino al 1600, a riprova della diffusione del culto a questo taumaturgo in epoche di frequenti e gravi epidemie che decimavano le popolazioni e i loro animali.

La piccola chiesa sorge sulle pendici del Monte Legnone, ad una all’altezza di circa cinquecento metri, in una zona leggermente pianeggiante e boscosa quasi a metà strada tra i due torrenti che attraversano il territorio di Colico e che sfociano nel Lario: il Perlino e l’Inganna.
La località sembra che non sia mai stata abitata in forma permanente ma è attraversata da una antica importante via di comunicazione (ora denominata sentiero del viandante) che collegava tra loro i paesi della sponda orientale del Lario prima della costruzione da parte degli austriaci della strada militare della riviera nella prima metà dell’ottocento.

Il tempietto era dedicato originariamente a san Sebastiano martire, un soldato convertito al cristianesimo all’epoca di Diocleziano e barbaramente ucciso come è mirabilmente illustrato nell’affresco sulla parete sinistra.
Dal secolo XVII al XIX le popolazioni funestate periodicamente da diverse epidemie, soprattutto in questi luoghi di passaggio tra le città della pianura padana e quelle della valle del Reno e dell’In, iniziarono a invocare san Rocco, sentito più vicino a loro per  il suo abito da pellegrino e la sua storia di guaritore attento ai bisogni della gente. Il santo era supplicato come difensore contro la peste, il colera, le malattie degli animali, la filossera e le calamità naturali. Per questi poteri taumaturgici, la sua devozione si estese rapidamente in tutta Italia e, in modo particolare, sulle nostre terre dove soppiantò il culto del soldato romano san Sebastiano. In momenti di transizione dal primo al nuovo patrono, i due santi venivano spesso rappresentati assieme, a fianco della Madonna  come si nota nella sinopia del secolo XVII.

Possiamo ipotizzare che il luogo di culto, affrescato a più tappe dalla sua edificazione, sia stato costruito in seguito a un voto al santo come ringraziamento per aver protetto la comunità o come pegno per proteggerla dal contagio della peste che periodicamente colpiva queste terre di passaggio delle soldatesche dal nord verso la pianura.

Il portico d’entrata di recente costruzione, ricavato dall’allungamento della chiesa stessa, ha sostituito una precedente tettoia. Assieme alle due piccole finestrelle ad altezza di persona inginocchiata che consentono di origliare il sacro nell’oscurità, quando la porta è chiusa, ricorda al visitatore di oggi che lungo i secoli qui si sono fermati a riposare e a pregare moltitudini di viandanti che, dai paesi della Valsassina, della Valvarrone, dai paesi della riviera e dalla pianura, si recavano in Valtellina e nei paesi d’oltralpe.
Possiamo anche ipotizzare che, come in tante altre parti, in passato sotto il portico o accanto al sacello ci sia stata una costruzione, magari modesta, di pietra o di legno, che serviva da ostello per i pellegrini e, in tempo di peste, utilizzata come alloggio per accogliere gli ammalati, allontanati dalla comunità per evitare il contagio. Sul sagrato esisteva pure un cimitero dove certamente erano sepolti i morti di peste e di epidemie.
Tutto questo ci riporta ai secoli quando queste terre erano periodicamente minacciate da epidemie come le pesti e dalle malarie nel cinquecento e nel seicento dovute sia all’ambiente acquitrinoso creato dall’Adda e dal Mera prima di immettersi nel Lario, sia ai frequenti passaggi degli eserciti del nord (ricordare il passaggio da queste terre dei Lanzichenecchi descritta dal Manzoni) e al colera e la spagnola degli ultimi due secoli.

Entrando nel tempio si è subito colpiti dall’imponente nicchia posticcia di cemento elevata sopra l’altare con la statua del santo e dalla parete che la sovrasta con un profondo arco, che lascia intravedere l’antica abside affrescata. Su questa parete di fondo si replica la figura del santo nell’affresco settecentesco: San Rocco nella gloria è circondato da nuvole e accompagnato da due angeli. Sopra l’arco altri due angeli con la tromba sembrano festeggiare l’entrata del santo taumaturgo in cielo.
Sia l’affresco che la statua lignea rappresentano il santo contraddistinto dai suoi simboli iconografici:
–    una gamba scoperta e piagata per indicare che fu anche lui colpito dalla peste e in seguito guarito
–    il bordone del viandante con appesa la zucca per contenere l’acqua, la conchiglia simbolo del pellegrinaggio a Santiago di Compostela che fanno riferimento alla sua vocazione di pellegrino;
–    il cane fedele che lo saziava con una pagnotta quando ammalato si era ritirato in un bosco.

All’interno, è conservato uno splendido affresco risalente al secolo XVI che rappresenta,  su una superficie di cm. 250 per cm 500, la scena del martirio di san Sebastiano colpito dagli arcieri dell’imperatore Diocleziano assiso su un trono davanti ad un vasto panorama di paesaggio lacustre e montano.

Vicino all’altare si trova l’affresco di cm 250 per cm 600 raffigurante l’Ultima Cena, risalente al secolo XVI e rinvenuto nel corso di una campagna di restauro svoltasi negli ultimi anni.

Tra i due affreschi si intravede una sinopia di cm. 250 per 250 risalente al secolo XVII che raffigura i due santi San Rocco e San Sebastiano in piedi probabilmente a fianco della Vergine.

Oltrepassato il piccolo presbiterio si possono ammmirare le pitture medioevali della calotta absidale. L’impianto di questi affreschi segue il tipico schema dell’epoca e sono dovuti a un ignoto, ma capace pittore che dovrebbe aver operato nei primi anni del XV secolo.

In basso alla calotta lungo le pareti a sinistra dell’osservatore si trova la figura di sant’Antonio abate nativo dell’Egitto riconoscibile con la sua croce a tau (senza la parte superiore) e con il libro delle scrittura con il quale vince le tentazioni.
Al suo fianco la figura di san Sebastiano con un volto femmineo e riconoscibile per le frecce nel suo corpo.
Dall’altra parte dell’abside si vedono la figure di due sante: Agnese che regge un libro e la svedese santa Brigida che tiene nella mano una lunga penna forse un riferimento alle regole che scrisse per l’ordine religiose o al libro da lei scritto che contiene le sue rivelazioni ricevute da Gesù
Alcuni autori attribuiscono le pitture trecentesche a dei pittori che nella medesima epoca operavano a Gravedona nella chiesa di santa Maria del tiglio mentre i due grandi affreschi si avvicinano all’arte raffinata dei fratelli Scotti, famosi pittori dell’età sforzesca, dei quali rimane un importante brano affrescato nella chiesa di Sorico, sulla sponda opposta, chiesa matrice di questo lembo di terra della diocesi di Como, ed erede della plebana di Olonio, sepolta dalle piene dell’Adda nel secolo XV.

Roberto Pozzi

APPROFONDIMENTI:
Note sull’Autore
Storia
L’affresco “Il Martirio di San Sebastiano”
L’affresco de “L’Ultima Cena”
Gli affreschi dell’Abside

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