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Corenno Plinio: Gli affreschi della chiesa di San Tommaso di Canterbury
Gli affreschi nelle chiese non costituiscono un elemento decorativo, come potrebbe sembrare a noi che li ammiriamo oggi. Essi sono stati dipinti per diventare oggetto concreto a cui rivolgere un’invocazione di protezione o una preghiera di ringraziamento. Raffigurano la “storia” della divinità e dei santi per raccontare al credente le realtà invisibili. Oltre alle credenze, ci parlano anche delle ansie, delle paure e delle speranze della comunità, del senso che essa attribuiva alla vita. Per comprendere il loro messaggio occorre mettersi nell’ottica del “vicinus” del borgo medioevale in termini civili e del fedele in termini religiosi per il quale sono stati realizzati.
Dal punto di vista storico, gli affreschi della chiesa di san Tommaso di Canterbury coprono un arco di tre o quattro secoli e costituiscono una testimonianza visiva della vita religiosa e devozionale degli abitanti di quel periodo. Allo stesso tempo offrono elementi significativi per comprendere parte della cultura di quella gente, cioè il cosiddetto immaginario collettivo di una comunità in un preciso momento della sua storia.
Il Vescovo e i 5 Apostoli
L’Epifania
La Madonna del Latte e i Santi
San Cristoforo e San Francesco
Il supplizio di Santa Apollonia e San Gottardo
La Madonna in trono tra San Rocco e San Sebastiano
L’Adorazione dei Magi
Roberto Pozzi
Corenno Plinio: Le Arche Andreani
Introduzione
Fino al 1820, sul sagrato della chiesa di san Tommaso di Canterbury sorgeva il piccolo cimitero della comunità, come era consuetudine dei paesi cristiani prima che le leggi napoleoniche obbligassero a costruirli lontano dai nuclei abitati. In quella data venne spostato sul dosso della montagna dove si trova attualmente. Davanti alla chiesa sono rimasti solo i tre grandiosi monumenti funebri della famiglia dei conti Andreani: i primi due collocati ai lati del portale, il terzo addossato alle mura del castello.
Queste tombe costituiscono una particolarità del borgo di Corenno Plinio dato che non si riscontrano altri esempi sul territorio lariano. Meritano di essere messe in risalto perché, da una parte rappresentano un indiscusso documento storico che attesta l’importanza dell’illustre casata degli Andreani su questo ramo del lago, dall’altro offrono tre diverse tipologie di sepolture che si collocano cronologicamente in un breve arco di tempo: con buona probabilità tra l’inizio del XIV secolo ed il terzo quarto del medesimo secolo. Quindi si può rilevare come nel giro di poco più di cinquant’anni cambia il gusto artistico dei signori di Corenno: si passa dal sobrio e possente stile romanico a quello più leggero e decorativo del gotico con la preminenza della verticalità e, in seguito, a un gotico ancor più ricco ed elaborato, comunemente denominato gotico fiorito. La piazzola del piccolo borgo conserva quindi una preziosa sintesi dell’evoluzione dell’arte verificata in quei secoli su scala nazionale.
Queste tombe signorili con baldacchino in pietra si rifanno architettonicamente ai sarcofagi monumentali di origine orientale. Questa moda venne ripresa dai romani e da essi passò al mondo cristiano. Tale tipologia di sepolcro poteva sorgere isolato, come negli esempi più noti delle tombe dei glossatori dell’università di Bologna, dell’Antenore di Padova, dei Doria sotto il convento di san Fruttuoso o in quelle, più note e più tarde rispetto agli esempi di Corenno, degli Scaligeri a Verona. Poteva anche essere accostato a una parete come nel caso di Corenno e in quello dei sarcofagi dell’abbazia di Chiaravalle a Milano.
I tre sarcofagi presentano caratteristiche comuni: su ognuna è presente in forma preminente e centrale il Cristo benedicente nella prima, il Cristo morto nelle altre due. Vi è una linea di continuità tematica anche se cambia lo stile. Il Cristo poggia su una nuvola in una di esse e su foglie di acanto distese o accartocciate nelle altre. In tutte sovrasta lo stemma araldico della famiglia Andreani. La continuità si rileva anche nel basamento del sarcofago costituito dall’alternanza di marmi bianchi e neri.
Di scarso valore artistico ma fondamentale per la stratigrafia sono i quattro/cinque gradini inferiori della scalea di accesso alle arche e alla chiesa in granito di San Fedelino e non in serizzo come i successivi. Questo sta ad indicare inequivocabilmente l’originale livello che ebbe l’antico camposanto. L’ipotesi è confermata anche dal ritrovamento del rilievo-progetto dei predetti lavori al cimitero.
La prima arca
L’arca più antica si trova a destra del portale della chiesa addossata alla facciata. Secondo alcuni studiosi era il sepolcro di quello Jacobo Andriani o di suo padre al quale fu confermato il feudo nel 1271 dall’arcivescovo di Milano Ottone Visconti, e che probabilmente morì nel 1326. Sulla parte di fondo è murata una lapide a ricordo della sepoltura di Giovanni Maria Andriani deceduto nel 1774 all’età di 76 anni; ciò testimonia che gli Andreani continuarono per alcuni secoli a seppellire i loro cari in questo sepolcro di famiglia.
Il sepolcro presenta in miniatura le caratteristiche di una chiesa di stile romanico con il tetto a capanna con due spioventi, la volta a botte e l’arco a tutto sesto, cioè l’arco costituito da un semicerchio regolare che poggia sull’imponente sarcofago di base. Il tetto è coperto da locali beole (piode). L’imponente sarcofago di base è una costruzione solida e massiccia, ma anche armoniosa. L’edificio complessivo è alleggerito dalle colonnine binate, ornate da capitelli con curiose decorazioni raffiguranti volti simili a quelli che si ammirano sui capitelli del chiostro dell’abbazia di Piona o dei numerosi edifici romanici del Lario. Nella seconda fila di capitelli la decorazione è a fogliame. Nella terza ricorrono tutti i temi della prima. Il volto dei personaggi presenta diverse espressioni e tutti indossano un cappuccio. Secondo alcuni studiosi, ogni figura rappresenta una nota musicale e nel loro insieme il motivo di qualche inno o antifona gregoriana. Dal punto di vista cromatico il monumento è caratterizzato dall’alternanza di conci di marmo bianco di Musso e di calcare serpentinoso nero, frequente nel comasco fin dal Duecento. Il sapore della costruzione è ancora fortemente romanico.
Sulla chiave di volta dell’arco sporge un bassorilievo che rappresenta un Cristo ieratico e maestoso che benedice con le due dita della mano destra alzate mentre con la mano sinistra regge il libro aperto della sua Parola. Il Cristo poggia su una corona di foglie di acanto accartocciate per indicare simbolicamente la sua morte. Alle estremità superiori sono presenti due stemmi affrontati della famiglia Andriani: il leone rampante a destra e il castello turrito a sinistra.
La seconda arca
La seconda arca è posta a sinistra dell’ingresso della chiesa in simmetria rispetto alla prima. Si caratterizza per un’architettura che ha il suo svolgimento in verticale come nelle chiese gotiche francesi e poi italiane. Presenta la tipica apertura di un arco a ogiva, a sesto acuto. L’intradosso dell’arco gotico è riccamente decorato con un mirabile ricamo marmoreo ad archi trilobati, una raffinata opera di scalpello. Esso costituisce un’elegante espressione del gotico lombardo. L’accostamento delle quattro colonnine richiama, si potrebbe dire in miniatura, i piloni a fascio delle maestose cattedrali.
Sul profilo sommitale del baldacchino dell’arca si erge una statua del Cristo crocifisso affiancato da altre due: dell’angelo Gabriele e di Maria che rievocano la scena dell’Annunciazione. Sullo spiovente di sinistra si presenta inginocchiato in segno di devozione e di riverenza l’angelo Gabriele rivolto verso la Madonna posta sullo spiovente opposto per annunciarle che diventerà madre di un bimbo il cui nome sarà Gesù. L’angelo, con i cappelli raccolti in una treccia attorno al capo, è rivestito da un ricco manto e, a differenza dell’iconografia abituale, non possiede le ali. Regge nella mano sinistra una fiaccola per indicare che viene a proclamare la venuta di Gesù, luce del mondo, o chissà, in una interpretazione più azzardata, il fuoco dello Spirito Santo che adombrerà Maria per generare in lei il figlio di Dio. La Madonna è in piedi rivolta verso la piazza, cioè verso la gente che l’ammira e la prega. Ha la testa coperta da un velo ed indossa un ampio mantello sopra la lunga veste. Appoggia la mano destra sul petto per dimostrare il suo turbamento all’ascolto delle parole dell’angelo che affermano che Dio l’ha scelta per quella nobile missione. Con la sinistra si cinge il grembo nell’atto di accogliere amorevolmente in lei il figlio Gesù, quasi stesse sussurrando: “Ecco l’ancella del Signore”.
Al centro sulla cuspide si erge la figura di Gesù crocifisso non su due pali, ma su una croce con una raffinata foggia di albero della vita. L’albero fiorito richiama il “Lignum vitae”, la croce che fiorisce a Pasqua. Ciò sta ad indicare che Cristo morto, dopo tre giorni risuscita. L’albero fiorito diventa il simbolo della sua risurrezione dopo la morte invernale. Vi è qui simboleggiata tutta la tradizione dell’Albero del Paradiso terreste che rinasce con la nuova umanità con la morte di Cristo, proprio sul Golgota, il colle dove secondo la tradizione era stato sepolto Adamo. Calvario (dal latino Calvaria che significa “luogo del cranio”) è il nome della collinetta appena fuori Gerusalemme su cui, secondo la narrazione dei vangeli, salì Gesù per esservi crocifisso. Il luogo è anche detto Golgota (dall’aramaico Gûlgaltâ con il medesimo significato di “luogo del cranio”). Origene nel III secolo riteneva che il Golgota fosse il luogo della sepoltura di Adamo: questo fatto simbolicamente ribadiva il ruolo di Gesù come “nuovo Adamo”, fondatore della nuova umanità redenta (cfr. 1 Corinzi 15,21-22). Per questo motivo, nelle rappresentazioni della crocefissione, ai piedi della Croce è spesso raffigurato il teschio di Adamo. L’albero potrebbe anche simbolizzare “l’Albero di Iesse”, una rappresentazione diffusa nel Medioevo, soprattutto negli affreschi, per sottolineare la discendenza del Messia riportata nel vangelo di Luca, che fa risalire Gesù a Davide, ad Abramo e al primo uomo Adamo.
Appena sopra l’arco si osserva il bassorilievo di un Cristo defunto su foglie di acanto dispiegate che indicano nel cristianesimo primitivo la risurrezione. Notiamo come la figura di Cristo nell’arte del Trecento viene storicizzata. Si presenta la sua morte, non più un simbolo come nell’arte paleocristiana. Le foglie di acanto furono adottate nell’architettura cristiana, nei capitelli gallo-romani e nei monumenti sepolcrali, per simboleggiare la resurrezione. È un simbolismo usato anche per i capitelli nel coro delle chiese dove si custodivano le reliquie dei santi ai quali era promessa la resurrezione. La cornice sotto la figura di Cristo morto è costituita dall’acanto: le foglie spinose e pungenti del cardo lasciano lo spazio alle foglie di acanto senza spine: la risurrezione di Cristo trasforma le spine in fiori. Il Cristo giace in una grande conchiglia, simbolo nelle culture orientali della divinità. Alle estremità del tempietto troneggiano gli stemmi Andriani posti a specchio.
All’interno dell’edicola si trovano due formelle contrapposte con la rappresentazione dell’angelo (o uomo alato) e dell’aquila, simboli dei vangeli di Matteo e di Giovanni. Mentre le due colonnine binate poggiano sul vitello alato e sul leone alato che ripropongono i simboli degli altri due evangelisti: Luca per il vitello e Marco per il leone. I quattro evangelisti sono raffigurati sull’arca, ciascuno con il libro del vangelo aperto.
All’interno dell’edicola si trova sarcofago vero e proprio dove si deponeva la salma del defunto. Sulla sua parte anteriore è stato scolpito un bassorilievo con cinque figure: al centro spicca la Madonna in trono con Gesù in grembo attorniata da due angioletti che sorreggono il manto; ai lati san Giovanni Battista con l’agnello posto nella mano sinistra (ricorda l’episodio in cui indica Gesù chiamandolo “agnello di Dio”), e un santo vescovo (probabilmente san Tommaso di Canturbery, o il san Gottardo rappresentato negli affreschi dell’interno). All’estremità di sinistra per chi guarda c’è san Pietro che regge le due chiavi del regno celeste e il libro delle scritture e, a quella destra, santa Caterina di Alessandria con la palma del martirio e la ruota con cui venne dilaniato il suo corpo. La santa poggia il capo in una nicchia sormontata da una corona di foglie. Da notare anche il fine legaccio del mantello e le pieghe del vestito. Il basamento del sepolcro ripropone l’alternanza delle fasce nere con la fascia bianca di marmo.
Figurativamente, attraverso l’Annunciazione dell’angelo a Maria e la Crocifissione di Gesù su un albero fiorito è rappresentato tutto l’arco della vita terrena di Cristo e la sua missione nel mondo. Le tre statue collocate sulla sommità del sepolcro trasmettono ai fedeli che le venerano il grande messaggio (kerigma cristiano) che Gesù fattosi uomo, morto sulla croce e risorto è venuto a portare la vita a tutti gli uomini. Sono solo tre statue, in alto invisibili al passeggero distratto ma non così per il fedele medioevale che ogni mezzogiorno recitava l’Angelus, magari nel cimitero antistante la chiesa. Le tre statue rappresentano per il cristiano tutto il dramma della storia della Salvezza: dall’incarnazione alla passione, morte e risurrezione di Gesù. Il Cristo risorto annuncia la speranza nella nuova vita.
La terza arca
La terza arca è addossata alle mura meridionali del castello. Secondo alcune testimonianze, fino al XIX secolo si trovava all’interno della Chiesa. Fu spostata all’esterno per la sistemazione dell’organo solo nel 1870, come rammenta una lapide posta sulla piazza in concomitanza allo spostamento del cimitero. (2)
La struttura dell’arca differisce decisamente dalle precedenti, perché è stata concepita come un dossale privo di profondità per l’interno della chiesa. Doveva, infatti, occupare uno spazio limitato. Perciò è più appiattita sulla parete delle altre due. È stata progettata e realizzata come ossario, in stile gotico, capace di accogliere i resti delle antiche sepolture cimiteriali della famiglia Andreani. Si sviluppa prevalentemente in verticale con un doppio ordine di colonnine binate a sostegno del fregio polilobato e con nicchie angolari a pinnacolo. Nella parte superiore domina un bassorilievo di un Cristo morto posto al di sopra dello stemma della famiglia Andriani. Nella fascia centrale risaltano i simboli dei quattro evangelisti: l’Aquila per san Giovanni, l’uomo per san Matteo, il vitello per san Luca e il leone per san Marco. Sono raffigurati come nella seconda arca, ma differiscono in un particolare: reggono il libro del loro vangelo chiuso. I simboli degli evangelisti sono sormontati da un iscrizione in latino incisa sulla sottile fascia superiore che identifica la realizzazione nel 1371 da Stefano Andriani, figlio di Baldassarre. (3) Al di sotto fu posta una lapide nel 1771 a ricordo di alcuni restauri. (4)
I Simboli degli evangelisti
In realtà c’è un solo Vangelo, ma il lieto annuncio è giunto a noi redatto da quattro evangelisti. È la Sacra Quadriga, il misterioso cocchio di Dio, condotto – secondo una visione del profeta Ezechiele, ripresa dall’Apocalisse – da quattro “esseri viventi” che avevano sembianza di uomo, di leone, di bove e di aquila. Gli antichi autori cristiani applicarono agli evangelisti le simboliche sembianze della profezia, riconoscendo nel Vangelo il nuovo trono di Dio.
Matteo fu simboleggiato nell’uomo alato (o angelo, tutte le figure sono infatti alate), perché il suo Vangelo inizia con l’elenco degli uomini antenati di Gesù Messia ed è quello che mette più in risalto l’umanità del Cristo (il Figlio dell’Uomo, come viene spesso indicato). Il testo esordisce con la discendenza di Gesù e, in seguito, narra la sua infanzia, sottolineandone quindi il suo lato umano
Marco fu simboleggiato nel leone, perché il suo Vangelo comincia con la predicazione di Giovanni Battista nel deserto, dove c’erano anche bestie selvatiche. Nel Vangelo di Marco viene maggiormente indicata la regalità, la forza, la maestà del Cristo: in particolare i numerosi miracoli accentuano l’aspetto secondo cui Cristo vince il male. Inoltre è proprio questo Vangelo che narra della voce di San Giovanni Battista che, nel deserto, si eleva simile a un ruggito (di un leone, appunto), preannunciando agli uomini la venuta del Cristo. Si veda anche “Vox clamantis in deserto”.
Luca fu simboleggiato nel bue, perché il suo Vangelo comincia con la visione di Zaccaria nel tempio, ove si sacrificavano animali come buoi e pecore. Il bue o il vitello, simbolo di tenerezza, dolcezza e mansuetudine, caratteri distintivi di questo Vangelo per descrizione e teologia.
Giovanni fu simboleggiato nell’aquila, l’occhio che fissa il sole, perché il suo Vangelo si apre con la contemplazione di Gesù-Dio: “In principio era il Verbo…” (Gv 1,1). Il suo Vangelo infatti ha una visione maggiormente teologica, e quindi è quello che ha la vista più acuta. L’aquila è quello che vola più in alto di tutti gli esseri e che, unico fra tutti, può vedere il sole con gli occhi senza accecarsi, ossia vedere verso i cieli e verso l’Assoluto, verso Dio. Il Vangelo di Giovanni infatti si apre con parole di forte carica trascendente: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.” (Gv. 1,1)
Note
(1) MEMORIAE ET QVIETI / IOAN MARII ANDREANI COMITIS / ET PATRICII MEDIOLANENSIS / CVRATORIS REGII FINIVM INSVB. AVSTR. / QVI OB DEXTERITATEM ET FIDEM / IN MAGNIS ARDVISQVE NEGOTIIS / A RE PVB GERENDIS / GRATIOSVS PATRIAE PROBATISSIMVS PRINCIPI / VIX. AN. LXXVI / CORENNI DIEM SVVM PIE FVNCTVS / XI KAL. OCT. AN. MDCCLXXIV / IN AVITVM SEPVLCRVM IN LATVS EST / IOAN. MARIVS PETRI PAVLLI SENATORIS F. / HERES EIVS EX BESSE / PATRVO AMANTISSIMO / ET OPTIME DE SE MERITO / PARENTALIA IN PERPETVVM QVOT ANNIS / CELEBRANDA INSTITVIT P C
(2)Secondo alcuni atti di san Carlo del 1583, l’arca si trovava già allora all’esterno.
(3) + IN NOMINE DOMINI AMEN ANNO CHRISTI MCCCLXXI HOC OPVS FIERI FECIT STEPHANVS FILIVS QVONDAM DOMINI BALZARI DE ANDRIANIS DE BVRGO CORENI DIOCESIS MEDIOLANI
(4) D.O.M. / SEPVLCRVM MAIORVM / CCCC ANNORVM VETVSTATE DETRITVM / TVM SIBI TVM PAULLO SENATORI / HIERONYMO PROTOPHYS. / ET PETRO FRATRIBVS OPTIMIS / NECNON FILIIS EORVMQVE POSTERIS / HAEREDITARIO IVRE / COMES IO. MARIVS ANDREANVS / MEDIOLANSIUM FINIVM PRAEFECTVS / RESTITUIT / AN. MDCCLXXI IBID. AUGUST.
Roberto Pozzi
Corenno Plinio: La chiesa Parrocchiale

La chiesa parrocchiale, dedicata a san Tommaso di Canterbury, sorge lungo una via di comunicazione importante che collega Lecco con Colico attraverso la Valsassina e da Colico portava sia in Valtellina sia nei Grigioni attraverso i passi sopra Chiavenna. Si trova vicino al castello-fortificazione e quindi era probabilmente in origine una chiesa castellana come quelle di sant’Antonio abate vicino al castello di Vezio e san Leonardo vicino al castello di Orezia a Dervio, per questo motivo comunicava con la fortezza nella parte settentrionale.
Accanto al castello si era stabilita la famiglia dei conti Andreani a cui era stato infeudato il territorio, che divennero i mecenati di Corenno come succedeva nei grossi comuni di quell’epoca. Essi esercitarono un diritto di juspatronato sulla chiesa e quindi intervennero sull’evoluzione edificatoria e artistica. Il loro stemma è riprodotto a rilievo sul fronte marmoreo delle loro tombe e si ritrova ripreso su alcuni oggetti liturgici. In modo particolare è presente sopra l’affresco cinquecentesco della “Madonna in trono” sul lato meridionale. Il committente di questo affresco eseguito nell’anno 1538 è appunto Sigismondo Andreani, definito “fisicus”. Si ricorda anche un Giovanni degli Andreani “fisicus” che nel 1487 si era trasferito a Bellano.La chiesa fu edificata alla fine del XII secolo, negli anni immediatamente successivi alla morte e alla canonizzazione di san Tommaso. Il santo venne assassinato nel 1170 nella cattedrale di Canterbury dai sicari di Enrico II d’Inghilterra perché fedele al papato si opponeva alle sue ingerenze nella gestione della Chiesa locale.
Il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, verso il 1290 menziona una chiesa nella pieve di Dervio dedicata a San Tommaso martire morto da pochi anni. (In plebe derui, loco cortono, ecclesia sancti thome martyris). In origine la piccola chiesa legata alla famiglia del feudatario come cappella privata era anche destinata a funzioni funebri o a pratiche di devozione popolare. Le messe e i battesimi della comunità erano invece celebrati nella chiesa prepositurale di Dervio. A partire dal 1327 divenne una chiesa effettiva con un proprio cappellano, sempre legato alla famiglia Andreani. La chiesa fu riconsacrata il 3 novembre 1355.
Nel 1566 l’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, nel suo progetto di riforma della chiesa ambrosiana, la trasformò in parrocchia autonoma slegandola da quella di Dervio e nominò un curato residente.
La chiesa è correttamente orientata verso est, il luogo dove sorge il sole; guadando l’altare, si ha alla sinistra il nord, ritenuto dai latini il luogo degli infedeli, verso dove si annunciava il Vangelo durante la messa prima della riforma liturgica del Vaticano II. In uno sguardo d’insieme non appare la sua antichità perché in essa si sono effettuati interventi di ristrutturazione molto rilevanti. Di origine romanica, venne ristrutturata in epoca gotica e gradualmente perse le sue caratteristiche essenziali romaniche negli elementi importanti: la facciata, la controfacciata, il presbiterio, l’abside e il campanile.
La facciata della chiesa a capanna è stata più volte manomessa, attualmente presenta un portale costruito nel 1698. Il corpo principale della navata ha conservato l’impianto originario, ma gli affreschi che si possono ammirare oggi furono nascosti per secoli a partire dal Cinquecento. Infatti, seguendo indicazioni di san Carlo Borromeo, le pareti furono più volte imbiancate come mezzo di disinfezione in periodi di pestilenza. Va rilevato che una modesta traccia dell’originaria immorsatura absidale si è conservata, presso la congiunzione con la parete laterale settentrionale, come indica anche chiaramente l’affresco dell’Epifania, che tende a curvarsi in una significativa inclinazione, prima di scomparire dietro la lesena che regge la ricaduta dell’attuale arco trionfale. È probabile che l’ampio presbiterio tardo barocco racchiuda, all’interno della sua pianta, il disegno semicircolare di un’abside romana
Tra Settecento e Ottocento la chiesa subì altri interventi: nel 1703 si ricavò una cappella laterale dedicata a san Giuseppe e un’altra dedicata alla Madonna. Quest’ultima è di stile barocco, con altare a colonne tortili in marmo nero di Varenna. Nel 1711 si eresse l’attuale campanile e si ampliò l’abside. Tra la fine Settecento e il primo Ottocento si realizzò l’altare.
Probabilmente all’origine era stata ricavata anche una cripta per la conservazione delle reliquie. Della primitiva costruzione romanica ora si possono ammirare soltanto due belle monofore nella parete verso sud; altre serie di monofore sono scomparse già in epoca gotica.
Nel 1966 un’importante opera di restauro ha portato alla luce parte degli affreschi votivi dipinti sulle pareti tra il Trecento e il Cinquecento.
Roberto Pozzi
APPROFONDIMENTI
Gli Affreschi
Le Arche Andreani
La storia di Corenno e del suo castello
Secondo gli Statuti medievali di Dervio e Corenno del 1389 le fortificazioni di Dervio che inglobavano la torre di Orezia, giungevano anche alla vicina Corenno dove sorgeva il castello-recinto con fossato, abitazioni ed una piazza dove partiva la strada per Vestreno, quindi per la Valvarrone. Della muratura che univa il castello di Corenno a quello di Dervio di Orezia non esiste più traccia, anche se probabilmente è da identificarsi con i tratti di muratura a protezione della stradina che correva a circa quota 300 da Corenno alla località Castello per poi inerpicarsi verso la Valvarrone. Purtroppo questa stupenda strada panoramica è stata travolta dagli interventi per la formazione della Statale 36 o superstrada per lo Spluga. A Corenno, come si è detto, risiedeva la famiglia Andreani, proprietaria del Castello che aveva avuto fino dal 1271 il feudo di Corenno dall’Arcivescovo di Milano Ottone Visconti. Il cognome indicava la discendenza da un Andrea, tanto che in alcuni documenti dell’inizio del Trecento viene riportato spesso come genitivo Andree. Questa famiglia non era originaria di Dervio, ma forse proveniente dai Grigioni. Alcuni storici posero l’inizio della presenza a Dervio con la conferma del feudo di Dervio, Corenno e parte del monte di Varenna redatto il 30 maggio 1271 da parte dell’Arcivescovo Ottone Visconti a favore di Jacobo Andriani detto Foxatus. Nell’atto di fondazione della Cappellania della Madonna del Rosario, però, redatto il 12 settembre 1327 si trova che un Ruggero Andriani aveva acquistato dei terreni a Corenno ed era avo di Baldassarre, figlio di Jacobo Andriani. La loro storia fu per secoli legata a Corenno, soprattutto attraverso il castello e la chiesa di san Tommaso di Canterbury e le Arche Andriani.
Nel 1039, secondo l’Arrigoni[1] Dervio, Corenno e Dorio sono alla dipendenza di Bellano. “Sulla fine della primavera la Repubblica delle Tre Pievi – Dongo Gravedona e Sorico -, posta in acqua le navi ben fornite di armi e armati, assieme ai Valtellinesi, prendono di sorpresa il paese di Dorio, e poi la flottiglia si spinge a Corenno, che trovato indifeso, occupano e saccheggiano, meno un forte sovrastante dov’eransi ritirati gli abitanti colle migliori masserizie. Il castello si arrese dopo tre giorni per mancanza di vitto e dell’aiuto dei bellanesi.” I pievesi e i Valtellinesi, per vendicarsi di un attacco subito da parte di alcuni paesi della riviera di Lecco legati al potentissimo arcivescovo di Milano, Ariberto da Intimiano, sconfissero gli abitanti di Corenno e Dervio ed entrarono in possesso del castello e del paese di Dervio, che si era arreso. Così gli abitanti, Dervio, Corenno e Dorio, dopo aver sostenuto quattro mesi di assedio e aver respinti replicati assalti, colla condizione di aver salva la vita e le masserizie cessarono di appartenere a Bellano e per alcuni anni fecero parte della repubblica pievese per cadere poi sotto il dominio dei milanesi
Nel Duecento e nel Trecento: con l’indebolimento del potere vescovile e la progressiva indipendenza dei Comuni, vi fu un periodo di grande confusione. Per la sua posizione strategica, al confine tra gli opposti interessi di Guelfi e Ghibellini, la sponda orientale del Lario fu teatro di scontri tra famiglie rivali dei Torriani e dei Visconti, che ambivano al dominio di Milano.
Secondo Antonio Maria Stampa che scrisse nel 1715 e che consulta altri storici come il Corio, Il Giovio, il Moreggia e il Ballerini tra gli altri, nel suo “Ristretto ovvero piccola cronaca degli annali gravedonesi”, ed. S. Monti, “il Prencipe Barnabò dapprima ordinò ai Comaschi di invadere Gravedona, ma poi fu inviata una missione per mitigare l’ira di detto principe, “principiarono la fabbrica del Castello di Rezzonico e quello di Corenno e furono terminati nel 1357, l’uno per trattenere li comaschi, acciocché non si inoltrassero con lasciarsi un castello alle spalle, e l’altro per frenare ed opponersi a quelli di Bergamo e Valsasina, che per quella parte dovevasi inoltrarsi, come altresì fortificarono Varenna e Bellano.”
Nell’anno 1364, tramontò definitivamente il potere temporale dell’Arcivescovo di Milano, anche Corenno venne ceduto ai Visconti il cui potere si stava affermando in modo stabile sul territorio. In quel periodo la comunità di Corenno era unita a quella di Dervio come è attestato negli Statuti comunali del 1389 che menzionano il castello e il suo fossato.
Nel 1402 morì Gian Galeazzo Visconti, massimo esponente della famiglia, che aveva sposato una figlia del re di Francia e ottenuto il titolo di duca di Milano. Con la sua scomparsa, si inaugurò un periodo di grande incertezza politica nel ducato. Alcuni paesi della riviera, come Dervio, passarono sotto il dominio dei Rusconi di Como. Corenno invece venne infeudata ai Malacrida, assieme a tutto il territorio settentrionale del Lario. Da questa data si staccò da Dervio e rimase comune indipendente per ben cinque secoli. In seguito, per un trentennio i Veneziani cercarono di conquistare le terre di Milano, con una fortuna di breve durata. Riuscirono soltanto ad occupare la Valsassina e a giungere fino al lago per mettere navi in acqua e fare di Lecco, secondo il loro sogno “una venetia piccinina”.
Nell’anno1450 Corenno giurò fedeltà a Francesco Sforza, nuovo Duca di Milano. Nel 1481 la sponda del Lario da Corenno a Mandello venne ceduta in feudo a Pietro dal Verme, in seguito al suo matrimonio con la tredicenne Chiara Sforza. Cinque anni dopo, Chiara, senza figli, avvelenò il marito, entrò in possesso delle terre e si risposò. Dal suo secondo matrimonio nacque un figlio che, oberato dai debiti, vendette Corenno e tutti i suoi possedimenti a Francesco Sfrondati, membro del Senato di Milano. (M. Casanova)
Tra gli anni 1527 e 1532, mentre ormai le Signorie crollavano sotto l’urto dei grandi regni che si erano formati Oltralpe, un audace personaggio, divenuto leggendario spadroneggiò sul Lario. Era Gian Giacomo Medici, detto ironicamente il Meneghino (piccolo Medici). Questi attaccava le terre fedeli a Milano, terrorizzando e depredando i paesi del lago che si rifiutavano di rifornire le sue truppe. Per quanto sorprendente, il Meneghino era zio di S. Carlo Borromeo e fratello del papa Pio IV. Quest’ultimo per rimediare alle sue scellerataggini concesse importanti indennizzi ai Comuni saccheggiati dal fratello.[2]
Nel 17 febbraio 1532 vi fu un grande scontro fra la flotta medicea e quella ducale. Pur senza aver subito gravi perdite, i medicei ebbero la peggio. Il 18 febbraio i medicei tentarono di sbarcare a Corenno, ma la popolazione li respinse. La flotta medicea si spinse allora verso Bellano e Colico che furono saccheggiate, dove riuscirono a razziare solo miglio e castagne. Dopo la presenza del Meneghino si fece sentire sul territori più forte la dominazione Spagnola preoccupata della difesa dai Grigione e intenzionato ad unire il Milanesado con i suoi possedimenti nelle Fiandre senza passare dalla nemica Francia.
Il comandante Pedro Henríquez Acevedo Conte de Fuentes, giunse a Milano nel 1600 con i poteri di dirigere la politica spagnola in Italia. Era un governatore di alto vigore, fortunato combattente e fidato consigliere del re. Nelle Fiandre dal 1595 aveva avviato un programma di opere di fortificazione, che rimase la sua principale base per la gestione della politica. Gli obiettivi della sua politica nel Milanesado erano soprattutto la sicurezza del paese con la costruzione di grandi opere di fortificazioni, utilizzando perfino i campanili e il presidio dei confini con la costruzione di piazzeforti.
A Colico, sul monte Monteggiolo fece costruire una grande fortezza per difendersi sia dalla Repubblica delle tre Leghe sia dai Veneziani che passavano di lì per commerciare con il nord. Prima aveva fortificato le città (Novara, Mantova, Pavia e Cremona) e aveva creato quattro nuove piazzeforti (a Soncino, a Mozzanica, a Casalmaggiore e a Colico). Per realizzare un efficiente sistema difensivo dapprima creò delle imprese militari che dovevano provvedere al funzionamento delle caserme. E in questo suo progetto si scontrò con la resistenza delle comunità costrette alla tassa di alloggiamento delle truppe. E in secondo luogo dovette provvedere alla sistemazione dei percorsi tra le città e i presidi. Scelse il Monteggiolo appartenente al contado di Como perché era raggiungibile via lago con imbarcazioni.
Nel 1606 Acevedo propose di far costruire una strada da Milano a Colico e incaricò Sitoni e Vacallo di “visitar los caminos que de Como y de Leco van al dicho fuerte”. Dapprima pensò a una strada che da Como arrivasse a Colico lungo la sponda occidentale, ma le comunità si opposero e proposero una strada sull’altra sponda. A Tolomeo Rinaldi, ingegnere camerale e Gaspare Baldovini ingegnere di fortezze si chiedeva di trovare la strada migliore, la più breve e la meno dispendiosa. Essi calcolarono per la sistemazione della strada della sponda occidentale £. 210.000 e quantificarono per la strada orientale una spesa di £. 82.000. Rinaldi controllò che per il tratto da Colico a Dervio si spendeva poco per il passo di un cavallo da soma. Per il difficile percorso da Dervio a Bellano si poteva usare la via della Muggiasca, con un ponte al Portone, e uscire a Cortenova in Valsassina, da cui si poteva andare agevolmente in piano tenendo a sinistra il Pioverna fino ai Forni di Introbio, dove occorreva rompere il Sasso del Bajedo e poi seguire la strada fino a scendere a Laorca e finalmente a Lecco. I Valsassinesi si opposero tenacemente a questo progetto. Il Giussani afferma che fu realizzato, mentre l’Arrigoni nega la sua esistenza. Però Pedro Hernriquez Acevedo, nel 1610 mandò truppe al Forte per la Valsassina perché era il tragitto più breve e le comunità avevano aggiustato la strada. In quello stesso periodo (1592 – 93) i veneziani avevano costruito la strada Priula nella Val Brembana che congiungeva Bergamo con lo sbocco nella Valtellina poco distante da Morbegno.
Nel 1607 probabilmente si effettuò un adeguamento di tutta la strada. Questo un ulteriore indizio di adeguamento del percorso scelto pare testimoniato dal rifacimento del ponte di San Quirico di Dervio, sul torrente Varrone, eseguito nel 1607. In tal modo restava aperta una pista per Fuentes, più breve del percorso da Como poiché lunga 25 miglia da Lecco al Forte e 30 miglia da Lecco verso Milano. L’onere della manutenzione e del miglioramento ricadeva però sui comuni, in seguito alle ingiunzioni dello Stato.
Già nel 1610 vi passarono 3000 soldati che ne approfittarono per alcune scorrerie risalendo da Introbio fino alla valle del Bitto, e allarmando i Grigioni che rafforzarono i presidi di Cosio e Mantello. passarono anche compagnie scaglionate, che sostarono per esempio a Margno e a Crandola.
Nel 1620 più di 250 cavalieri vi transitarono diretti a Fuentes per la guerra di Valtellina.
Nel 1629 le truppe dei Lanzi dirette alla conquista di Mantova seguirono lo stesso percorso a ritroso. Gettarono un ponte di barche sull’Adda vicino a Dubino e, dopo aver saccheggiato Colico, passarono per il sentiero dell’oratorio di San Rocco e per la strada di San Nicolò, sopra la Cà, quindi da Dorio proseguirono a Corenno e salendo da Bellano, entrarono per la Valsassina. In un sol giorno arrivarono a Cortenova. Una volta a Lecco parecchi si dispersero e si dedicarono al saccheggio verso la chiusa a sud e verso l’Abbadia a Nord. Infine superarono il ponte di Lecco sull’Adda intorno al 12 ottobre.
Alla fine di agosto 1629 il governatore Spinola Doria aveva invitato il conte Serbelloni a visitare la strada: “di Colico e di Valsasena, acciò la cavalleria alemanna, quando verrà l’occasione possa passare facilmente per terra a Mandello e di là a Lecco, ove sta preparato un ponte”. Ma il Collalto non stette ad attendere l’ordine dello Spinola e il 12 settembre le truppe del Mèrode erano già a Lecco, seguite poi da altre compagnie, che sommavano a 25.000 soldati e con le famiglie 40.000. A Milano si seppe di questo passaggio il 10 settembre da un cavaliere corso da Forte Fuentes, dove molti soldati fuggirono e si ripararono a Lecco, unendosi alla sopraggiunta compagnia del Rainoni per il controllo del borgo.
Nell’autunno del 1630, il comune di Dervio ottenne che l’alloggio di un corpo alemanno, risiedesse piuttosto a Bellano per evitare. “un’immensa rovina, il totale sterminio della povera gente, già afflitta da inenarrabili miserie”.
Nel 1631 analogamente avvenne con il Rohan: battuti gli spagnoli di Fuentes a S. Martino di Morbegno, ci si attendeva che scendessero lungo la solita pista, cosi che i valsassinesi corsero alla difesa di Portone; invece in Rohan si acquartierò in Mantello e sul lago di Mezzola. Nel febbraio le truppe francesi si divisero in due tronconi: uno assalì la Torretta di Curcio e liberò la strada del lago; l’altro risalì la valle del Bitto, valicò il Legnone e scese a Premana, unendosi a Introzzo con i cavalieri saliti da Dervio, i 6000 seguirono ancora la strada di Bellano, batterono il presidio del Portone e, devastando la Valsassina, proseguirono fino al Ponte di Lecco, dove furono fermati dal mastro di Campo Ippolito Crivelli, di stanza a Lecco, e dal capitano Paolo Sormani.
In quel periodo a Corenno le mura del castello erano presidiate da una compagnia spagnola guidata dal capitano Pedro de la Ringa, che con sbarramenti riuscì ad evitare i saccheggi nel borgo. Questi fece abbattere case e stalle poste non lungi dal castello perché non servissero al nemico come luogo per posizionare le batteria e distruggere il paese.
Nel 1633, infatti fu ordinato al comune di Dervio di accomodare il suo tratto di strada per la cavalleria del Balosso diretta in Alsazia sotto pena che “verrà fatto sostare e mantenere in comune il detto corpo oltre al pagamento dei danni”. Nell’anno 1633, la strada pur disagevole aveva però anche valenza economica, perché vi passarono 70 cavalli carichi di armature dirette da Milano al Tirolo. Secondo antica tradizione serviva all’approvvigionamento delle ferriere di Lecco con i materiali ferrosi scavati o lavorati nella valle.
Non venne trascurata anche l’alternativa della navigazione, se attuata con vento favorevole, sia per i trasporti, sia per esigenze militari, come avvenne fra Lecco e Dervio ancora nel 1704 contro il Davia per 700 dragoni e corazzieri del Toralbe, inviati dal principe di Vaudemont, che proseguirono per la strada costiera.
I miglioramenti, che anche parzialmente erano stati condotti sull’intero tragitto, vennero così sfruttati non solo dagli Spagnoli ma anche dai loro nemici. I valsassinesi e i lecchesi in questi anni riportarono enormi devastazioni con gravi ricadute nell’economia specialmente quella mineraria e metallurgica, a discapito di tutto lo Stato.
Nel 1646 ai paesi della Riviera furono richiesti 17 soldati guastatori per il riatto delle strade.
Nel 1704 sempre per Lecco e la Valsassina passarono i 280 cavalieri imperiali del marchese Davia dirette all’assedio di Fuentes, pur poi fallito per l’arrivo da Lecco di 50 dragoni a piedi;
Nel 1706 contro il forte Fuentes, ultimo ad arrendersi nello Stato, vi transitarono le truppe del barone Kraustenein con 300 fanti dei cavalieri Carlini, Zozel e Frinstein e a nove giorni dopo i due cannoni con cui abbattere Fuentes.
Quando nel Settecento la fortificazione di Corenno perse ogni funzione difensiva, secondo il Catasto Teresiano il terreno venne destinato a vigna. La muratura ad ovest fu poi abbattuta per consentire la vista sul lago e per una maggior esposizione al per le viti.
Entro le mura del castello, il 27 e 28 giugno 1859 alloggiò il Corpo delle Guide a Cavallo della Brigata Garibaldi che accompagnava il loro generale che da Lecco si stava recando in Valtellina: in quell’occasione il comune dovette sborsare 130 razioni di vino per i soldati, 77 di fieno vecchio e 3 somme avena per i loro cavalli.
Gli scrittori parlano del Castello
Paolo Giovio che nel Cinquecento in giro nelle terre che Francesco Sfondrati aveva ricevute in Feudo da Carlo V, per descrivergliele poi in Larius, scopriva che “adiacet Corenum cum arce”, cioè che il borgo era addossato a una roccia e aveva una rocca.
Nel Seicento, Sigismondo Boldoni il quale, pure con il suo Larius, ci informa che sul punto più alto c’è una rocca per la più parte rovinata; ma, aggiunge, giocondissima per le dolci aure che vi spirano.
Nel Settecento è la volta di Anton Gioseffo Della Torre di Rezzonico a narrare, ancor egli con Larius, che la rocca di Corenno fu “munitissima, et plura bellorum tulit incomoda” e che a bruciar Corenno fu il lecchese Francesco Morone, comandante delle truppe cesaree.
Ai tempi di Anton Gioseffo la rocca di Corenno era già “semidiruta”.
Così nell’Ottocento Ignazio Cantù in Quattro giorni in Milano può rilevare: “Serba Corenno le reliquie del castello appartenente al conte Andreani-Sormani”.
Roberto Pozzi
Dervio: La “Castagnada de tucc i Sant”
Per mantenere la tradizione locale di gustare le caldarroste nella settimana dei morti, nel giorno di Tutti Santi, la Pro Loco Dervio organizza una castagnata per tutti i partecipanti alla cerimonia in commemorazione dei defunti.
Le castagne vengono preparate seguendo i tradizionali metodi tramandati di generazione in generazione, e cioè mediante apposite padelle appese a ganci sopra ad un fuoco scoppiettante di legna e manovrate da mani abili ed esperte.
Insieme alle caldarroste viene offerto ai partecipanti anche un buon bicchiere di vin brulè, molto apprezzato specialmente se la giornata autunnale é umida o piovosa.
Dervio: Il Paradiso della Vela

Dervio è uno dei luoghi migliori a livello europeo per la pratica degli sport velici sul lago, grazie all’ottima posizione geografica sempre ventilata, perciò è spesso sede di regate di livello internazionale.
La “Breva”, il vento costante da sud che spira nelle giornate di bel tempo è ideale per i velisti ed il “Tivano”, il vento da nord è la delizia di surfisti e kiters, con questi motori naturali sono garantite le condizioni ideali per veleggiare.
Sono presenti a Dervio tre club velici e scuole di vela di ottimo livello: il “Centro Vela Dervio”, la scuola di vela della “Lega Navale ltaliana” e l’”Orza l/linore”.
A queste vanno aggiunte la scuola di windsurf e kitesurf “Fun surf Center” e l’area kitesurf dell”associazione “Kitesurf Dervio’.
E’ quindi possibile l’apprendimento di questi sport, con corsi nei weekend o settimanali, oppure la pratica amatoriale e la partecipazione a regate di carattere da zonale a internazionale.
Per completare i servizi nautici vi sono due porti con circa 200 posti barca ed alcuni cantieri per il rimessaggio e la manutenzione dei natanti,
Grazie alle bellezze naturali ed artistiche, i recenti interventi infrastrutturali e gli insediamenti ricettivi, Dervio offre ai velisti i servizi necessari, ma anche relax e divertimento con la possibilità di bellissime gite sul Lago di Como.
Proprietà e Uso delle Castagne
Le castagne fresche hanno un elevato contenuto calorico (160 Kcal ogni 100 g di prodotto edibile); il saccarosio (6,7 g/100 g) è in quantità più elevata che in frumento, noci e patate ed è il principale zucchero mentre glucosio, fruttosio e maltosio sono presenti in quantità minime.
Per la ricchezza di glucidi i frutti hanno proprietà energetiche e sono perciò molto efficaci nelle astenie fisiche e intellettuali, per chi pratica sport o è soggetto a stress, mentre sono sconsigliati per i diabetici.
La farina sopperisce, nella preparazione di dolci e minestre, al fabbisogno di carboidrati anche nei soggetti che presentano intolleranza ai cereali.La corteccia e il legno del castagno, come la pelle dei frutti, contengono un’alta percentuale di tannino e le loro proprietà sono di tipo astringente. Per questo sono raccomandate le castagne secche nella cura delle diarree.Le foglie del castagno in infusione sono utilizzate per curare tossi e bronchiti.
L’acqua in cui sono state cotte delle castagne puo’ essere usata dopo lo shampoo per esaltare i riflessi dei capelli biondi.
Al forno o bollite, aiutano a combattere la stanchezza tipica d’inizio autunno perché sono ricche di magnesio e manganese.
Ricche di carboidrati, aminoacidi, sali, vitamine possono essere un gradevole sostituto del pane integrale. Si legano bene con verdure e ortaggi. E’ invece sconsigliata l’associazione con frutta acida, proteine animali, pane, zucchero e vino (anche se l’abbinamento è classico) perché può scatenare fenomeni fermentativi.
Non è così usuale e non a tutti può piacere il sapore della castagna cruda, ma addensa la saliva e forma anticorpi per proteggere dai malanni stagionali, tonifica i muscoli, i nervi e le vene.
Le foglie del castagno, raccolte in aprile e maggio, possono essere usate come rimedio per la tosse perché sono sedative e danno sollievo. Basta mettere in un litro di acqua bollente una manciata di foglie essiccate, filtrare bene e bere l’infuso.
Il fiore verde/giallo del castagno, che sboccia all’inizio dell’estate, secondo la fitoterapia di Bach aiuta a rinascere: si chiama Sweet Chestnut ed è efficace, se ci si crede, soprattutto per restituire la speranza nei momenti di sconforto.
Si può rinforzare lo scheletro e curare i reumatismi facendo bollire in due litri di acqua due manciate di foglie fresche di castagno e una decina di ricci, per venti minuti; aggiungere il tutto nell’acqua della vasca, facendo questo bagno almeno due volte alla settimana.
La polpa della castagna, cotta e setacciata, ha un effetto emolliente se applicata sulla pelle; la corteccia dell’albero invece, incisa, staccata e fatta seccare (in primavera o in autunno, i periodi di riposo della pianta) ha un effetto astringente e decongestionante.
Il macerato di gemme di castagno, ottenuto dai tessuti embrionali in crescita della pianta è un utile ricostituente per essere più energici e ricaricarsi nei periodi di stress.
Dal legno si ricava, per distillazione, alcool metilico (spirito di legno); il legno è inoltre impiegato nella produzione di pasta di cellulosa. Sovente l’interno dei tronchi di castagno si infradicia in un composto terroso e scuro, per effetto della carie; si forma così un prezioso terriccio per giardinieri (la cosiddetta terra di castagno), che viene usato nell’invaso di piante richiedenti terreni soffici e ricchi di humus.
La coltivazione e la raccolta delle castagne
Il castagno era considerato fonte di alimento fondamentale per le popolazioni della montagna.
Veniva innestato e potato regolarmente, si ripulivano le piante del sottobosco che avrebbero potuto danneggiarlo, si estirpavano le erbacce, il terreno veniva pulito, concimato, e falciato con cura. Si utilizzavano semplici attrezzi per lavorare la selva, cioè i boschi di castagni: il rastrello, la falce, la scopa realizzata con ramoscelli di betulla.
Se gli alberi si trovavano su terreni ripidi, per favorire la raccolta delle castagne si preparavano, in fondo alla selva, delle siepi con fascine di legna e questo per permettere alle castagne cadute di raccogliersi e non rotolare troppo in basso, disperdendosi lungo i pendii o rotolando in proprietà altrui.
La raccolta delle castagne iniziava solitamente tra la fine di settembre e la prima settimana di ottobre e continuava fino a novembre. Al proprietario della selva spettava il raccolto e, tutta la sua famiglia era impegnata nel lavoro.
La raccolta avveniva principalmente a mano. I ricci che rimanevano chiusi si battevano con l’aiuto di rastrelli (sbatador, rastrello senza denti) e bastoni (batidor, mazzuolo con manopola di traverso). Le castagne si mettevano dapprima in ceste e panieri di vimini intrecciati (cavagnöi) e in qualche piccola gerla (berla) per poi essere messe in grosse balle di juta.
La raccolta veniva fatta esclusivamente nella propria selva; nessuno osava raccogliere le castagne nella proprietà altrui, perché, colti sul fatto, si veniva allontanati con rimproveri e minacce o, addirittura, a sassate.
Chi era in possesso di molte selve ne cedeva una parte a un’altra famiglia in cambio di un modesto compenso.
Solo dall’undici di novembre la raccolta era libera e le selve erano aperte a persone e bestiame. Le persone munite di cesti e sacchi raccoglievano castagne ovunque ne trovassero; era consentita la spigolatura delle castagne nelle selve e nei prati.
Nel periodo della maggior caduta i contadini si recavano due o più volte al giorno nella selva: facevano questo lavoro per 2 o 3 settimane. Le donne avevano un piccolo sacco che legavano alla vita e quando era pieno lo svuotavano nella gerla.
Ai ragazzi spesso veniva assegnato il compito di raccogliere le castagne: essi si recavano nelle selve muniti di ceste al mattino, prima di andare a scuola, e al pomeriggio dopo le quattro, finite le ore di lezione.
Lavorazione delle Castagne
Essiccatura delle castagne
Dopo la raccolta, le castagne venivano portate all’essiccatoio (caselèt di castegn o secadùu) a seccare sui graticci (graa): era una piccola baita in muratura, formata da quattro muri in pietra, un tetto solitamente coperto da paglia, per esigenze di tiraggio, ma talvolta anche da lastre di pietra, con un alto locale diviso a metà in verticale da un pavimento formato da un graticcio (da qui il nome graa) sul quale venivano sistemate le castagne. La graa era formata da una serie di travi come quelle che sostengono i soffitti delle abitazioni normali, poste a un’altezza da terra che varia dai due metri e mezzo fino ai tre metri.
Sulle travi si posavano senza fissarli listelli di nocciolo (scudech) o rami di castagno (come nell’essiccatoio di Genico a Lierna), collocandoli abbastanza vicini per impedire la caduta delle castagne, ma abbastanza distanti per consentire il passaggio dell’aria calda, generata dal fuoco che veniva poi acceso a terra.
Le dimensioni dell’essiccatoio variavano da 2 a 4/5 metri di lato in rapporto alla quantità di castagne che il fondo poteva produrre, e potevano contenere circa 10/15 gerle da 30 kg di castagne, circa 4 quintali.
L’essiccatoio poteva essere ad un solo vano e in questo caso le castagne venivano scaricate vada una finestra esterna, aperta più in alto del graticcio. Se invece presentava un vestibolo nel quale si potevano depositare attrezzi, vestiti da lavoro, cibarie ecc., la graa era accessibile da questo con una scala a pioli.
Via via che la raccolta procedeva le castagne venivano scaricate sul graticcio e distribuite a formare uno strato uniforme. Lo strato delle castagne sul graticcio non doveva essere inferiore ai 40 cm, perché una parte del calore si sarebbe dispersa senza essere utilizzata, e non doveva superare i 60 cm perché la temperatura nella zona superficiale non sarebbe stata sufficiente all’essiccamento e l’umidità prodotta dalle castagne avrebbe favorito il rapido sviluppo di muffe.
L’essiccamento avveniva in questo modo: nel locale sottostante c’era un braciere dentro il quale si mettevano a bruciare grossi ceppi (sciòcch) mescolati alle bucce secche delle castagne (pell di castegn) dell’anno precedente per soffocare la fiamma. Il calore distruggeva in breve le larve della Carpocapsa splendana (verme delle castagne). Ceppi e bucce alimentavano il fuoco, le bucce regolavano la combustione dei ceppi in modo che “el brasàss “, cioè bruciasse senza fiamma, ma con tanto fumo.
Il fuoco doveva funzionare regolarmente e produrre fumo per dare alle castagne il giusto aroma. Se si sviluppava una fiamma troppo alta le castagne bruciavano; se il calore era troppo scarso, le castagne non essiccavano bene e rischiavano di ammuffire nel corso dell’inverno.
Nei tempi precedenti la prima guerra mondiale la maggior parte delle famiglie andava a vivere nell’essiccatoio portando con sé soltanto la padella per fare le caldarroste, il paiolo per far bollire le castagne e il bariletto per l’acqua; per tutta la durata della raccolta non mangiava altro.
Attorno al rustico focolare si raccoglieva un tempo l’intera famiglia e, mentre si seguiva con attenzione l’essiccamento delle castagne, si cucinava nella marmitta appesa alla catena che pendeva dalla graa.
L’essiccatura delle castagne era un’operazione piuttosto difficile perché occorreva girare spesso i frutti per non farli seccare troppo.
La durata dell’essiccazione variava dai 20 ai 30 giorni. Dopo le prime due settimane di fuoco si procedeva al rivolgimento delle castagne sul graticcio. Le castagne venivano scaricate dalla graa avendo l’avvertenza di tenere grossolanamente divisi lo strato superiore da quello inferiore in modo da poterla ricaricare in posizione invertita. Le operazioni di essiccazione poi riprendevano fino a completamento. Piccole quantità di castagne si potevano essiccare anche in casa: si mettevano nei cesti e si appendevano nella cappa dei camini così che ricevevano calore e fumo. Oppure si realizzava un ripiano di scodech come prolungamento della mensola del camino che fungeva da piccola graa.
Un altro sistema per conservare le castagne era la produzione di filét. Il filét si faceva infilando le castagne fresche con uno spago; in questo modo, si formava una collana anche molto lunga che veniva poi essiccata appendendola a una parete o sui balconi.
Un altro metodo di essiccazione era l’uso del caniccio o metato. Il caniccio era una sorta di piccola casetta, dove a livello del terreno era sempre acceso un fuoco di legna di castagno e a circa 2 metri di altezza erano poste le castagne ad essiccare su un piano costruito da pali, sempre di castagno. In questo modo con il calore del fuoco sottostante le castagne in circa 20 giorni si essiccavano.
Pestatura e Vagliatura delle Castagne
Quando le castagne erano secche si procedeva alla battitura per separare il frutto dalla buccia secca.
Radunati intorno ad un grande ceppo o vicino ai gradini della abitazione, i proprietari delle castagne cominciavano ad infilarle in speciali “sacch de tela de ca”, tessuti appositamente con canapa grossa affinché fossero più robusti possibile.
Erano stretti e lunghi 60/70 centimetri, alla estremità interna venivano cucite due palle di stracci, si riempivano a metà poi, uno per mano, venivano battuti sul ceppo o sui gradini con movimenti ritmici da tutti i partecipanti.
Dopo una decina di minuti i sacchetti venivano svuotati e si procedeva all’altra importante operazione: la vagliatura. Con il val, cesto semipiatto a largo ventaglio che, tenuto per i manici e scrollato con gesti sapienti, con un’operazione faticosa e monotona, faceva cadere la scorza per terra, mentre le castagne restavano al suo interno. Il vaglio veniva usato dalle donne che, con abilità, lo agitavano con brevi e rapidi movimenti ritmici in alto e in basso, a destra e a sinistra.
La mazza o spadija era un ceppo cilindrico o quadrato di quasi mezzo metro di diametro o lato, spesso 15-20 cm e munito di un manico ricurvo. La faccia inferiore aveva una superficie dentata con sporgenze a forma di tronco di piramide. Veniva manovrata abilmente con un movimento ritmico, simile a quello del pendolo.
Terminata l’operazione di vagliatura la castagna doveva presentarsi senza la pellicina e questo significava che il lavoro era stato fatto bene.
Non sempre si usava battere le castagne con i sacchetti di tela di canapa. A volte si usava un grosso ceppo di castagno scavato al centro a mo’ di mortaio e si battevano dall’alto in basso con il pesta castegn: un apposito pestello di legno, verticale con una traversa per manopola, in fondo al quale erano conficcati dei chiodi che servivano appunto a rompere il guscio delle castagne.
Altre volte questa specie di mortaio era costituito da una grossa pietra scavata, la cosiddetta pila. Tuttora se ne trovano alcune in disuso anche nelle nostre frazioni, a volte utilizzate come fioriere.
Cernita delle Castagne
L’ultima operazione di cernita, eseguita in genere dalle donne, veniva fatta più tardi durante le sere autunnali, spargendo le castagne su grandi tavoli per selezionare le castagne a seconda delle dimensioni e dello stato di integrità dopo la pestatura, per eliminare quelle marce o intaccate dal verme che venivano date ai maiali o, bollite, alle mucche, e per togliere i residui di sansa (camisa).
Le castagne venivano anche passate in appositi setacci a trame differenti appesi alle travi dei soffitti, per ripulirle definitivamente dai residui: quelle che avevano ancora il guscio o la pellicina interna dovevano essere battute un’altra volta.
Infine si mettevano da parte, riposte in apposite cassapanche, quelle bianche e grosse, divise in due parti a seconda della pezzatura in quanto quelle più grosse impiegavano più tempo a bollire.
Le “castagne bianche” erano il prodotto finale, pronte per essere utilizzate per tutto l’inverno: insaccate e vendute, andavano a formare la parte più consistente del misero reddito dei contadini, mentre, cucinate, ne costituivano la base alimentare.
La Farina di Castagne
Macinate in mulini ad acqua con macine di pietra opportunamente scanalate, le castagne diventavano una farina da impiegare come succedaneo delle più costose farine di cereali nella preparazione di polenta, focacce, pasta e zuppe.
Generalmente la farina di castagne veniva adoperata aggiungendo acqua ed un pizzico di sale e dopo un’opportuna amalgamatura era pronta per i diversi tipi di cottura ed era ingrediente di base per molti piatti poveri tipici del Lario e, più in generale, di tutte le zone in cui il castagno è diffuso.
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IL SENTIERO DEL VIANDANTE
Cenni Storici
L’attuale denominazione è stata coniata nel 1992 dall’Azienda di Promozione Turistica del Lecchese che ha riscoperto e sistemato, a uso turistico ed escursionistico, l’antico percorso che univa Lecco all’inizio della Valtellina utilizzando una dizione presente ad Abbadia e Mandello almeno dal 1859.
Quello che oggi chiamiamo Sentiero del Viandante era infatti originariamente un sistema viario non univoco, formato da sentieri chiamati con nomi diversi (via Ducale, via Regia, Strada dei Cavalli, via dei Viandanti, Napoleona) che collegavano localmente tra loro i vari borghi senza nessuna velleità di sviluppo viario unitario: i grandi traffici commerciali avvenivano infatti utilizzando la più comoda via lago, sfruttando i venti costanti che alla mattina spirano da nord verso sud e al pomeriggio in senso contrario.
Questo sistema di sentieri veniva invece usato dai viandanti, dal piccolo commercio locale, per piccoli spostamenti, come collegamento tra le varie roccaforti e torri di avvistamento dislocate a mezzacosta lungo il lago: infatti, fino all’inizio dell’Ottocento, la via migliore per raggiungere la Valtellina era considerata quella che da Lecco saliva a Ballabio, percorreva la Valsassina e raggiungeva Bellano, dove si ricollegava al percorso lungo la sponda del lago.
Nel 1606 l’ingegner Tolomeo Rinaldi fu incaricato dal governatore spagnolo del Ducato di Milano, il duca di Fuentes, di progettare una strada che unisse Milano al Forte di Fuentes, appena costruito vicino a Colico a difesa del confine con i Grigioni. L’ingegnere scartò l’ipotesi di sistemare la strada sulla sponda occidentale, ritenendola disastrata e troppo costosa da allargare per consentire il passaggio di un cavallo someggiato; scartò anche, a causa delle difficoltà dovute alla complessa orografia, l’idea di proseguire oltre Bellano lungo il percorso rivierasco e propose di seguire la via della Valsassina: che questa, tra Lecco e Bellano, fosse la via più facile, anche se non la più corta, è attestato anche dal fatto che fu scelta nell’autunno del 1629 dai Lanzichenecchi (28.000 uomini) al servizio dell’imperatore Ferdinando II d’Asburgo diretti, attraverso il Ducato di Milano, all’assedio di Mantova .
Il loro passaggio per queste terre è ricordato da Manzoni alla fine del capitolo XXVIII dei Promessi sposi: “Colico fu la prima terra del ducato, che invasero que’ demoni; si gettarono poi sopra Bellano; di là entrarono e si sparsero nella Valsassina, da dove sboccarono nel territorio di Lecco”.
Anche se non era considerata la migliore e frutto di un progetto non unitario, una via di terra lungo la sponda orientale del lago di Como doveva esistere: lo storico Pietro Pensa la fa risalire all’epoca romana, ma secondo altri (ad esempio secondo Albano Marcarini) si tratta solo di una congettura. Nei documenti medievali dei comuni di Bellano, Dervio e Lecco (fine del XIV secolo) si fa riferimento a una strada pubblica costiera, ma si tratta, come dice ancora Albano Marcarini, di “citazioni frammentarie anche se interessanti”. Al 1606 risale il mai attuato progetto di sistemazione dell’ingegner Rinaldi. In alcuni documenti notarili del Settecento si fa riferimento, per un lungo tratto del percorso, a una via Regia o Ducale ma tale strada non è menzionata sui documenti cartografici dello stesso secolo (che però trascurano anche la Strada Regina). Durante l’epoca napoleonica (1796-1815) alcuni tratti dell’itinerario verranno sistemati o migliorati (da questo deriva il nome di Napoleona con cui la via è nominata in alcuni tratti).
Dopo la costruzione della strada militare lungo la riva del lago, inaugurata nel 1832, i vecchi percorsi perdono di importanza e cadono nell’oblio, per essere in seguito riscoperti, nella seconda metà del 1900, a scopo turistico.
Fonti
Albano Marcarini, “Il Sentiero del Viandante”
APT Lecco, “Sentiero del Viandante”






