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Il Castagno
Specie Castanea Sativa, appartenente, insieme alle querce e ai faggi, alla famiglia delle Fagaceae.
Originario dell’Asia Minore e introdotto in Europa Occidentale dai Romani, è un albero longevo, alto in media dai 15 ai 20 metri, capace di raggiungere anche 30-35 m di altezza e 6-8 m di circonferenza.
E’ presente nelle regioni montuose temperate fra i 300 e i 1000-1200 metri, a seconda della latitudine. Amante del sole pieno, vegeta meglio in posizioni esposte a nord/nord-est poiché meno soggette ai periodi di siccità estivi e con minori escursioni termiche. Vive di norma in zone con almeno 30 mm di piogge nei mesi estivi: con meno precipitazioni la produzione può essere fortemente ridotta. Il castagno esige una temperatura superiore a +10°C per almeno sei mesi. Resiste, comunque, bene alle basse temperature invernali (anche –20-25°C).
Le foglie sono caduche, la forma è ellittico-lanceolata, dentate ai bordi, misurano da 8 a 20 cm in lunghezza e da 3 a 6 cm in larghezza.
La loro consistenza è piuttosto tenace, quasi coriacea.

I fiori, riuniti in infiorescenze (amenti), sono formati da fiori unisessuali che si evolvono solo a fogliazione completa; i fiori maschili sono portati in infiorescenze lunghe; i fiori femminili, solitari o aggregati in numero da 2 fino a 7, sono localizzati alla base delle infiorescenze e protetti da un involucro verde, squamoso, destinato a costituire il riccio.
La fioritura si verifica fra inizio giugno e metà luglio in funzione della latitudine e delle condizioni stagionali. I frutti (acheni), sono generalmente 3 inclusi in un riccio spinoso. I laterali sono emisferici mentre quello centrale è appiattito per cause genetiche ed anche per la posizione all’interno del riccio.
Le castagne vuote sono dovute ad una cattiva impollinazione
CULTIVAR MARRONI: Caratterizzati da frutti grossi, di forma quadrangolare, in cui la pellicina (episperma) non penetra all’interno. Presentano anche un solo frutto per riccio.La buccia è marrone più o meno scuro con strisce evidenti.
CASTAGNE: frutti poliembrionici in cui la pellicina penetra all’interno. Di questo gruppo fanno parte numerosissime varietà che prendono nomi diversi, anche dialettali, a seconda della zona.
MARRONI FRANCESI: alcuni sono di probabile origine italiana per cui le caratteristiche salienti sono del tutto simili a quelle dei Marroni italiani.
CULTIVAR IBRIDE: ottenute per incroci fra le cultivar europee (principalmente francesi) e il castagno giapponese (C. crenata) e, più recentemente, cinese (C. mollissima).
Nella nostra zona si trovano :
Tempuriva o Augustana: Le prime vengono raccolte già in agosto pronte per la consumazione.Venivano raccolte quando la castagna era ancora chiusa nel riccio, la buccia era tenera e acerba. Venivano solitamente bollite con patate e semi di finocchio.
Caravina: E’ una delle più buone, dal gusto dolce.
Gualdàn: E’ una castagna di notevoli dimensioni che matura ovunque, ma non essendo innestata è di qualità scadente, non rilascia la pellicina ed è destinata al bestiame.
Marùn: E’coltivata nelle zone rivierasche, è di color marrone chiaro e di grosse dimensioni, è una delle più dolci e apprezzate.
Salvàdegh o salvadegòtt: E’ prodotta da alberi non curati né innestati ed è piccola, senza particolari caratteristiche ma molto saporita se mangiata abbrustolita.
Topia: Piccola, scura, adatta alla conservazione perchè resistente all’attacco dei parassiti.
Abbadia: La Cappellania Rappi
Le famiglie facoltose, nei secoli passati, fondavano nelle varie chiese del paese cappellanìe. Mettevano, cioè, a disposizione della parrocchia una certa quantità di beni immobili, dal cui reddito si traeva il necessario per celebrare delle messe sull’altare della cappellanìa, in suffragio dei defunti delle famiglie.
Contribuivano, così, al mantenimento di un sacerdote, visto che, per l’abbondanza delle vocazioni, in ogni paese ce n’era più d’uno.
Mercoledì 1 luglio 1705, davanti al Vescovo di Como Francesco Bonesana, mentre era papa Clemente, si presenta il chierico Bartolomeo Vaccani, procuratore di Antonio Rappi figlio di Arcangelo abitante nella parrocchia di S. Lorenzo dell’Abbadia, per chiedere di istituire per maggior gloria di Dio, della beatissima Vergine Maria dei Santi, per sostenere il culto divino in detta chiesa parrocchiale, e per pregare in suffragio delle anime del purgatorio, un beneficio sotto il titolo della Madonna della Cintura, riservandosi il diritto di patronato.
A causa di tale diritto la famiglia poteva eleggere in perpetuo il cappellano che maggiormente era di suo gradimento. Per ottenere quanto chiede allega numerosi documenti come ad esempio la stima dei beni che vengono messi a disposizione, le clausole che regolano la cappellanìa, una presentazione dell’arciprete di Mandello.
Da queste carte si ricavano alcune notizie curiose. La devozione alla Madonna della Cintura era molto diffusa. All’interno della chiesa Parrocchiale (attuale chiesa rotta) si trovava l’altare con la statua della Madonna, sul quale già vantava dei diritti Giuseppe Ambrosoni, della stessa parrocchia. Egli “pretende che la cappella ove presentemente resta collocata la statua della beata Vergine della Cintura sia di lui propria”. Si decide, allora, di celebrare le messe stabilite dal legato all’altare maggiore “sino a che resti eretto l’Oratorio fisso della B.V. della Cintura, che pensano quei parrocchiani d’erigere quanto prima”. E’ desiderio comune costruire una chiesetta dedicata alla Madonna della Cintura, che poi, in realtà, non verrà mai realizzata.
La famiglia Rappi sperava conferire la cappellanìa a qualcuno dei suoi discendenti, infatti una clausola dice: “essendo presentato, ed instituito a detto beneficio qualche chierico della famiglia, questo sintanto non sarà costituito nel sacro ordine del suddiaconato, non sia tenuto a recitare l’ufficio grande, ma solo l’ufficio della B.V. Maria”. Si concede una facilitazione ai chierici che si stanno preparando al sacerdozio, imponendo loro un obbligo meno gravoso, cioè la recita dell’ufficio della Madonna e non quello solenne. Chi è investito del beneficio, deve celebrare tre messe alla settimana per tutto l’anno. Vengono citate due confraternite: quella del SS. Sacramento e quella della Madonna della Cintura. Era il modo di allora per impegnarsi nell’apostolato dei laici. Ormai le cappellanie e il diritto di patronato sono spariti in nome di una maggior libertà e indipendenza del Vescovo nel governare la sua diocesi.
Fonte: Abbadia Oggi – 21 Gennaio 1994
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Abbadia: Le Campane della Chiesa di San Lorenzo
Siamo abituati a sentire il suono delle cinque campane della nostra chiesa parrocchiale nelle occasioni liete e in quelle tristi; forse ci siamo chiesti: quando sono state fuse? che tonalità hanno? Qualcuno dei più anziani si ricorda quelle esistenti precedentemente e il giorno della consacrazione del concerto; può darsi che esista anche qualche fotografia dell’avvenimento.
Spulciando in archivio, si trova il fascicolo che descrive le qualità tecniche e le iscrizioni incise sulle campane. Un verbale della Curia di Como dice: “Rendiamo noto che l’anno del Signore 1953, giorno 21 novembre S.E. Rev.ma Mons. Felice Bonomini Vescovo Diocesano ha consacrato due nuovi concerti di campane. Il maggiore destinato alla chiesa parrocchiale di S. Lorenzo, il minore alla chiesa del S. Cuore sui Piani Resinelli… Col parroco locale M.R. Sac. don Giovanni Zaboglio erano presenti i Reverendi Sacerdoti del Vicariato di Mandello: don Bernardo Cusini parroco di Olcio, l’Arciprete Vic. For. di Mandello Sac. Giuseppe Castelli, il Sac. Mario Galli Vic. Coop. della parrocchia del S. Cuore, Sac. Lorenzo Beretta Vic. Coop. di Mandello, Sac. Marco Gherbi parroco di Lierna col suo Vic. Coop. Sac. Broggi Francesco”.
La ditta che fuse le campane aveva sede in Valtellina: Giorgio Pruneri di Grosio. Nel suo timbro si dice che venne fondata nel 1822. I documenti di allora furono firmati dal Dott. Ing. Paolo Pruneri. Egli afferma che il concerto di cinque campane è in tono Re Internazionale. Come testimoniano i maestri Sac. Domenico Gadola e Sac. Mario D’Amato la prima campana risponde alla nota Re, la seconda al Mi, la terza al Fa diesis, la quarta al Sol, la quinta al La.
Tutte hanno un timbro di voce squillante e pastosa. Il peso complessivo è di kg. 3.702. Ogni campagna è dedicata a dei santi e porta delle iscrizioni con frasi latine augurali e il nome dei donatori.
Sulla prima campana di kg. 1.286 si legge: Rex Regum et Dominus Dominantium (Re dei Re e Signore dei Signori) – Pio XII Pont. Max., Felice Bonomini com. Eccl. Ep., Joannes Bapt. Zaboglio Par. Sufficiendum curavit, anno Mariae MCMLIV – Comm. Carlo Fiocchi, Pia Fiocchi, Alberto Locatelli. E’ dedicata a Cristo Re.
Sulla seconda di kg. 918,500 è scritto: Assumpta est Maria in coelum: gaudent angeli. Nelida Rainoldi, Guido Cima. E’ dedicata alla B.V. Assunta, a S. Agnese, a S. Maria Goretti, a S. Teresa.
Sulla terza di kg. 641,500 si legge: Venite justi in adiutorium populi Dei (Venite giusti in aiuto del popolo di Dio). Giulia Vaccari, Giovanni Morassuti. E’ dedicata a S. Lorenzo, a S. Antonio Abate, a S. Antonio da Padova, a S. Giorgio. Sulla quarta di kg. 496,500 è scritto: Veni sponsa Christi et coronaberis (Vieni sposa di Cristo e sarai coronata).
Concetta Zani, Luigi Canali. E’ dedicata a S. Eurosia, al S. Cuore di Gesù, al S. Cuore di Maria, a S. Giovanni Battista.
Sulla quinta, di kg: 359,500 si legge: Da mihi animas cetera tolle (dammi le anime, toglimi le altre cose). Amelia Donini, Mario Canali. E’ dedicata a S. Giovanni Bosco, a Maria Ausiliatrice, a S. Giuseppe, a S. Domenico Savio.
Fonte: Abbadia Oggi, 21 Novembre 1989
Abbadia: La Madonna della Cintura nella Chiesa di San Lorenzo
La spiritualità agostiniana è testimoniata nella parrocchia di Abbadia anche dalla devozione alla Madonna della Cintura.
Due feste sono particolarmente care alla nostra popolazione: S. Apollonia il 9 di febbraio e la Madonna della Cintura la prima domenica di settembre.
Nella chiesa parrocchiale, nell’altare laterale di destra, si conserva un’elegante statua della Madonna con Gesù Bambino in braccio, che una volta all’anno viene esposta in un bellissimo trono e portata in processione nella prima domenica di settembre. Appesa alla mano di Maria e del Bambino vediamo una piccola striscia di cuoio, è la cintura che dà il nome alla festa. Spiegava don Raspini nel bollettino “La voce del Pastore” del settembre 1937: “Ci sappiamo allora dare una ragione di quella striscia di cuoio che tiene in mano la Vergine nella bella statua che veneriamo, e del fatto che mentre i confratelli delle parrocchie vicine si cingono i fianchi col solito cordone, da noi portano invece la cintura di pelle”. Il motivo è di tipo storico. I Servi di Maria, dei quali è nota la pietà verso la Vergine, avendo ereditato dagli eremiti di S. Agostino la devozione alla Madonna della Cintura, l’hanno introdotta nel nostro paese. Questa tradizione fa riferimento anche alla Madonna Addolorata (che si venera ai Campelli) o alla Madonna della Consolazione. La storia dice che la Vergine abbia consegnato la cintura a S. Monica, afflitta per morte del marito e per la vita sregolata del figlio Agostino non ancora convertito. La madre del crocifisso consola la madre di un giovane che si è incamminato sulla via della perdizione. In ogni epoca ci sono delle persone addolorate per vari motivi, che si possono rivolgere con fiducia a Maria per avere conforto e consolazione. La citura è simbolo di appartenenza alla Madonna e di una vita corretta e virtuosa, piena di fede, di giustizia, di fortezza e di purità. Come dice ancora don Raspini nel bollettino del settembre 1935, la statua in legno che veneriamo nella chiesa parrocchiale è antichissima e di squisita fattura ed era già presente nella vecchia chiesa ora conosciuta come “Chiesa Rotta”. Venne fatta restaurare da don Giovanni alla fine degli anni 70 ed ora si presenta a noi nella sua bellezza originale. La Madonna, in piedi, si erge come una figura ieratica, avvolta da un ampio ed elegante panneggio. Il velo è bianco, la veste rossa, il manto azzurro, entrambi con ricami dorati. Dalla mano protesa verso i fedeli pende la cintura, mentre con l’altro braccio sostiene il bambino, che a sua volta sorregge un piccolo mappamondo sormontato dalla croce. Tutta la statua è sorretta da una nuvola da cui sbucano tre cherubini.
Fonte: Abbadia Oggi – 21 Gennaio 1991
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La Cappellania Rappi
Abbadia: Il Battistero della Chiesa di San Lorenzo
Nel 1989 venne costruita l’attuale fonte battesimale ad opera dello scultore Fulvio Simoncini, che proprio in nell’anno precedente (1988) era stato apprezzato dai critici e dalla popolazione per il monumento alle vittime della violenza, che si vede passando da Pescate, vicino alla chiesa.
La fonte è di forma esagonale e sostiene una vasca circolare: due figure geometriche semplici, ma classiche, simbolo di perfezione. L’idea teologica guida è la seguente: il Cristo è il Salvatore di tutti gli uomini, lo Spirito Santo ha guidato Maria, Elisabetta, Giovanni il Battista, Gesù, i suoi discepoli e continua a santificare tutti i battezzati. In sei formelle pulite ed essenziali, ma plastiche e piene di sentimento, lo scultore fa passare tutto il mistero della salvezza secondo la rivelazione cristiana. La storia del mondo è cambiata per la nascita di Gesù: “Et Verbum caro factum est”. L’imperatore romano sembrerebbe attirare l’attenzione di tutte le genti, delle folle, ma la sua gloria cade in rovina, mentre continua a vivere il Cristo nato nel nascondimento e nell’umiltà. Quando Maria fa visita ad Elisabetta, il bambino che deve nascere da lei ha un fremito, ed ella, ripiena di Spirito Santo, esclama: “Benedictus fructus ventris tui” Benedetto il frutto del tuo seno. Maria, in ginocchio come un’umile serva, confessa e proclama che quanto sta avvenendo in lei è opera di Dio ed eleva a Lui il cantico del Magnificat. La quarta formella (nella foto) raffigura Giovanni Battista che indica ai suoi discepoli e alle folle Gesù: “Ecce Agnus Dei”. Egli dice che ha visto lo Spirito di Dio scendere come colomba dal cielo e posarsi sopra il maestro che sta cominciando la sua vita pubblica di annuncio del Regno. Nel momento del battesimo di Cristo, il cielo si apre, si manifesta ancora lo Spirito di Dio che, come una colomba, si posa su di Lui. E dall’alto viene una voce: “Tu es filius meus dilectus” Tu se il mio figlio che amo. Infine il mistero del Salvatore si conclude con la morte in Croce, che tuttavia fa intravvedere la risurrezione: “Oportebat Christum pati et resurgere” Era necessario che Gesù soffrisse e risorgesse. Lo scultore, con una modellazione delicata e una luce quasi soffusa, descrive il messaggio che vuol comunicare in maniera chiara, ma nello stesso tempo molto lascia sottintendere, soprattutto con gli sguardi delle donne in procinto di diventare madri, o con le figure ieratiche del Battista. Le folle, appena abbozzate, col loro gioco di ombre e di luci, danno il senso dell’intuizione del mistero, che tuttavia diventa comprensibile e luminoso solo nella meditazione personale.
Fonte: Abbadia Oggi – Anno VIII – N 6 21 Novembre 1989
Abbadia: Le due tele di tradizione agostiniana nella Chiesa di San Lorenzo
S. Agostino fu uno dei primi, in occidente, a dare una regola monastica ai suoi seguaci.
Parecchi ordini religiosi, fra i quali i Servi di Maria presenti in Abbadia per quasi sei secoli, si ispirarono alla sua regola.
Un ricordo della spiritualità agostiniana sono i due grandi quadri che si possono osservare nella nostra chiesa parrocchiale, appena entrati dalla porta principale, a destra e a sinistra. Provengono dal Conventino e furono messi in questo luogo da don Raspini.

A destra una grande tela alta m. 1,90 e larga m. 2,70 raffigura la Madonna con il bambino in braccio, che consegna la cintura al vescovo Agostino. Per terra si trova un libro, segno della cultura, della sapienza del santo, alle sue spalle la madre Monica e un altro frate. Nell’angolo a sinistra in basso un putto osserva la Vergine, così pure nell’angolo a destra in alto due angioletti seguono giocosi l’apparizione, mentre al centro compare solo la testa di un putto. Tutta la scena si svolge lungo la linea diagonale compresa tra gli angioletti. Il paesaggio raffigurato nella parte destra in basso mette in evidenza la capacità descrittiva dell’autore a noi ignoto. La cintura è una piccola striscia di stoffa o di cuoio da stringere intorno alla vita, come segno di appartenenza a Maria Vergine. Da qui deriva la devozione alla Madonna della Cintura presente in Abbadia.
Sulla parete di sinistra si trova l’altra tela gemella, che pure parla di S. Agostino. Il vescovo di Ippona è stato un grande studioso, un acuto teologo. Fra le numerose opere che ha scritto si trova un trattato sulla Trinità, mistero che ha meditato profondamente. Il quadro in questione nell’angolo in alto a sinistra raffigura le tre persone della Trinità nella gloria del cielo. In basso un bambino, con una conchiglia, cerca di spostare l’acqua del mare in una buca, sotto gli occhi incuriositi di S. Agostino. La leggenda dice che mentre il santo stava meditando sul mistero della Trinità per scrivere il suo trattato, vide un fanciullo sulla spiaggia che cercava di travasare l’acqua del mare in una buca. Allora intervenne dicendo: “Come è possibile che l’acqua del mare posssa essere contenuta in una piccola buca?”. Il bambino che in realtà era un angelo, rispose: “Come è possibile che il mistero della Trinità sia contenuto nella tua testa?”.
Le tele furono dipinte nel sec. XVII e vennero conservate nel Conventino fino al 1912. Don Rosaspini, nel numero di settembre del 1935 del bollettino parrocchiale “La Voce del Pastore” dice che la devozione alla Madonna della Cintura fu introdotta e diffusa in Abbadia dai Padri Serviti. “Si può desumere chiaramente da due grandi quadri che nel 1912 trovai ancora appesi nell’ampio corridoio superiore dell’ex convento e che nel 1915 feci ritoccare dal pittore L. Tagliaferri e trasportare nella chiesa parrocchiale”.
Fonte: Abbadia Oggi – 21 Novembre 1990
Abbadia: Le decorazioni di Tagliaferri nella Chiesa di San Lorenzo
Chi entra nella chiesa parrocchiale di S. Lorenzo in Abbadia è colpito subito dalla ricchezza dei festoni, degli ornamenti, delle statuine, delle dorature che brillano sull’altare ligneo barocco al centro dell’abside.
Lo sguardo, poi, si innalza quasi spontaneamente verso la volta della chiesa decorata da Luigi Tagliaferri, pittore di origine valsassinese (Pagnona), ma cresciuto a Mandello del Lario, in una famiglia di decoratori. E’ sepolto proprio nel cimitero di questo paese, nella cappella di famiglia: la lapide riporta la data di nascita e di morte: 14 novembre 1841 – 12 giugno 1927, e la sua fotografia, un busto venerando con barba e capelli fluenti, lo sguardo profondo e penetrante. Nessuno finora ha scritto su di lui o ha elencato le sue opere nonostante abbia avuto una produzione molto vasta: nella nostra zona ha decorato la chiesa arcipretale del suo paese, il battistero di S. Antonio a Crebbio, la chiesa di S. Rocco a Maggiana, la chiesa di S. Giovanni a Bellagio, ed altri edifici sacri del lago e della Valtellina.
E’ stato un uomo animato da profonda fede e conoscenze teologiche, sicuro nell’usare il pennello, con reminiscenze classiche e barocche, che, tuttavia, non risultano stucchevoli, nè danno fastidio, perchè usate con sobrietà, gusto, senso dell’equilibrio e proporzione.

La composizione che possiamo ammirare nel catino dell’abside della nostra chiesa, prende spunto dal libro dell’Apocalisse: si tratta della gloria dell’Agnello descritta da S. Giovanni.
Al centro spicca l’Agnello, simbolo di Cristo immolato, con la scritta “Agno honor et gloria”.
Ai suoi piedi rotolano verso il basso le potenze infernali, sospinte nel castigo dagli angeli fedeli a Dio, mentre lo slancio verso l’alto è dato dalle schiere angeliche, che, sostenute da nuvole leggere, fanno intravvedere, quasi dietro a un velo, la gioia del Paradiso.
Sulla sinistra dell’affresco sono raffigurati i santi: vergini, dottori, martiri, che, con al centro la croce, rendono onore all’agnello, mentre sulla destra sono rappresentati tutti i popoli della terra (europei, africani, indiani) convertiti a Cristo dall’opera dei missionari. In un angolo del catino (in basso a sinsitra) si può leggere la sua firma: “Tagliaferri L. pinse 1915”.
Nelle tre fasce trasversali, che congiungono i pilastri di sostegno della volta, egli ha raffigurato in medaglioni i dodici apostoli, divisi in gruppi di quattro ciascuno, con in mano i simboli caratteristici di ciascuno, che permettono di individuarli, mentre, nell’ultima fascia sovrastante l’organo, quattro graziosi putti portano dei cartigli con la scritta “Laudate Deo in cordis et organo”.
Al centro della volta spicca la gloria di S. Lorenzo a cui è dedicata la chiesa, con la palma del martirio in mano, vestito con le insegne di diacono, è portato in Paradiso dagli angeli, e ai suoi piedi sono raffigurati gli strumenti tradizionali del martirio, con la graticola su cui venne bruciato. La firma e la data sono ripetute anche in questo affresco.
Di fianco alla gloria di S. Lorenzo, sopra la finestra di destra, un angelo regge un cartiglio con la scritta: “In graticola te Deum non negavi”, mentre sopra la finestra di sinistra si legge: “Gratias tibi quia ianuas tuas ingredi merui”. Nei vani soprastanti le altre quattro finestre sono raffigurate, secondo uno schema tradizionale, le quattro virtù cardinali; partendo da sinistra, vicino al coro, la giustizia, una giovane donna con in mano la bilancia da una parte e la spada dall’altra, la prudenza, una vergine con in mano la lampda accesa, come quella del vangelo, che si guarda allo specchio, la temperanza, un giovane che versa del vino in una coppa, la fortezza, una giovane, seduta su un leone, con l’elmo alato della vittoria, e, in una mano, un fascio littorio da cui spunta l’ascia.
Fonte: Abbadia Oggi Anno V – N. 4 – 21 Luglio 1986
Abbadia: L’Altare della chiesa di San Lorenzo
Anche oggi, come un tempo, l’Altare Maggiore della Parrocchiale di Abbadia, più che una mensa eucaristica, si presenta come un grande monumento ligneo, dai molteplici significati.
Nella relazione della visita pastorale del 1685 viene definito “un grande tabernacolo di legno dipinto e dorato, di nobile struttura, forma ed altezza”.
Si trovava allora nella vecchia chiesa di San Lorenzo, là dove si dice Chiesa Rotta, abbandonata poi per riutilizzare l’edificio già dedicato ai Santi Vincenzo ed Anastasio, lasciato libero dai Padri Serviti per la soppressione del convento del 1789.
Pure con qualche modifica, forse anteriore al ripristino voluto dal parroco Carlo Raspini, l’altare appartiene chiaramente alla seconda metà del Seicento e si apparenta ad una serie di esempi superstiti nella zona lecchese.
Ne conosciamo della stessa epoca a Bellagio, a Rezzago in Valassina, a Maisano di Valbrona, ad Asso, nella chiesetta francescana di Montebarro, a Mandello, a Crebbio e a San Martino di Introzzo in Valvarrone, datato al 1660.
Questo di Abbadia ha struttura simile all’eccezionale pezzo di Introzzo, ma anche a quelli minori di Maisano e Mandello. Nell’arcipretale vicina, molte opere scultoree del momento, pulpito, architrave e Crocefisso, stalli del coro, attorniano l’ara preziosa, attribuibile forse all’intagliatore Giulio Tencalla che lavorò all’Ancona tra il 1674 e 1676, circa gli stessi anni cui appartiene l’altare di Abbadia.
Dietro la mensa rielaborata, dal basamento che si svolge in due gradini sovrapposti, sorretti da putti telamoni, sorge il ciborio o tempietto, formato da due ordini ottagonali, coronati dalla cupoletta che svetta nella figura di Cristo risorto. Ai lati dell’ordine inferiore del ciborio, si sviluppano due brevi bracci quadrangolari, quasi reliquiari che sorreggono le statuine dei Santi protettori della parrocchia, secondo l’uso riscontrabile in tutti gli altari ricordati: San Lorenzo con la graticola, San Vincenzo patrono dell’abbazia medioevale. I tempietti sopra l’altare maggiore sembrano originare dal quello che papa Pio IV (fratello del conte di Lecco, il Medeghino, che molti guasti compì con le sue guerre anche alla terra di Abbadia) inviò circa il 1560 al nipote Carlo Borromeo, il quale accolse il suggerimento tridentino di offrire un particolare spazio all’esposizione del Santissimo, che prima si usava riporre in un apposito scurolo dell’abside o in una cappella.
L’idea che presiede al ciborio del Duomo di Milano, eretto dall’architetto Pellegrini, si collega alla biblica arca, la tenda-dimora di Dio sulla terra, nel mezzo del suo popolo eletto. L’Eucaristia non era più solo un elemento di comunione, ma veniva considerata come una presenza meravigliosa, che distingueva un popolo che aveva il suo Dio tanto vicino. I Gesuiti del Seicento potevano appunto parlare del tempio come di un “piccolo paradiso”. Il grande altare di Abbadia, col ciborio alto m. 3,20, rappresenta la sintesi di secolari concezioni, riprese finanche nei colori dell’azzurro e dell’oro, distintivi del cielo temporale e del cielo paradisiaco dell’eterno. Il tabernacolo doveva probabilmente recare la scena della “Imago Pietatis”, cioè del Cristo sofferente sopra il sepolcro: ora questa tavoletta è stata trasferita superiormente, dove invece – secondo le tipiche espressioni – si apriva una nicchia per l’esposizione dell’Eucaristia. Ai suoi lati, nel primo piano della torre, stavano in nicchie le statuette di San Francesco ostendente le stimmate e di San Filippo Benizi fondatore del convento dei Serviti; le ali laterali recano invece S. Antonio abate, cui era dedicato in antico un altare, e un altro santo, Martino o Bartolomeo. Sui due fastigi dormivano fra angeli i protettori della chiesa locale, Lorenzo e Vincenzo. Nel secondo piano, Eurosia e Caterina d’Alessandria, con la ruota del martirio, affiancano la figura centrale dell’Immacolata. I Santi che circondano il risorto sono appunto emblema della proiezione della comunità umana nel divino, elementi di imitazione ma anche tramiti della supplica a Dio. E’ perciò privilegiata la presenza della Vergine, che precorre il futuro dell’umanità (anche se la festa dell’Immacolata verrà stabilita solo nel 1708). Al di sopra della balaustrina intervallata dagli angeli che recano i segni della Passione (lancia, colonna, croce e spugna), l’apparato costruttivo e concettuale si riassume nel Cristo risorto. Sui piedistalli laterali, due Angeli ceroferari alti un metro confermano la luce che emana dal simbolico paradiso. In altri casi, come ad Asso, gli Angeli omaggiano invece la divinità col turibolo.

Al di là quindi della “macchina” barocca e della sua meraviglia scultorea, i concetti sono ancora oggi comprensibili. L’elemento decorativo diventa quindi un valore, anche nei termini artistici, dove un oscuro artefice, probabilmente locale (e ricordiamo proprio a Mandello l’abile intagliatore Francesco Micheli – dal diffuso cognome anche abbadiese – che scolpì Crocefisso e architrave nel 1677-1678) raggiunge importanti effetti espressivi, nel realismo delle statuine, nelle colonnine tortili, nei timpani spezzati, nei fregi, nei mascheroni diabolici calpestati in basso dagli angioli: tutto segno dei complessi moti dell’animo dei nostri antenati del Seicento, che in modo particolarmente intenso alternavano slanci e dubbi verso l’intuizione sensibile dell’infinito.
Fonti: Angelo Borghi da Abbadia Oggi Anno VI – N. 6 – 21 Novembre 1987
Il termine “Castello”
ll nome più comune per riferirsi alle costruzioni di difesa è il termine “castello” (castellum) che è una derivazione dal termine castrum (un piccolo castrum). Con questo termine si indicavano prima di tutto le fortificazioni mobili dell’esercito romano. Nella nostra mente con la parola “castello” facciamo riferimento soltanto all’ultima tipologia di queste costruzioni, cioè all’abitazione fortificata del signore che domina sul territorio, e poi con la fantasia immaginiamo suntuose abitazioni come quello delle favole. Quindi il termine castello è ambiguo, in quanto viene applicato a costruzioni assai diverse fra loro: la rocca, il forte, la fortezza, il borgo fortificato, e la dimora del feudatario o del principe). In realtà il termine indica due tipi di architetture differenti per funzioni e per consistenza. In un primo tempo, infatti, si riferiva soltanto a una costruzione eretta per la difesa temporanea ed eccezionale della comunità e solo in seguito passò ad indicare la residenza stabile del feudatario o del capo di uno stato, con famiglia, servitù e scorta.
Durante l’epoca della Repubblica e dell’Impero romano l’obiettivo dello Stato era allargare i confini e dare sicurezza ai cittadini. Quindi il castrum, era una costruzione di natura e di uso militare centralizzato, eretta prevalentemente in zone di confine, per assicurare la difesa e per dare sicurezza ai suoi cittadini.
Durante il Medioevo fino alla caduta dell’impero centrale, le singole comunità vivevano in perpetuo stato di pre-allarme nei confronti delle altre comunità vicine e lontane. Così furono costrette a provvedere in modo autonomo alla propria difesa e ricorsero generalmente a tre soluzioni: insediamenti montani, anche non fortificati, abitati cintati di mura (borghi), castello recinto staccato dal nucleo per rifugiarsi in caso di pericolo.
Gli insediamenti montani situati sulle pendici delle montagne godevano di una difesa naturale mentre alcuni borghi più importanti lungo la costa come Bellano, Gravedona e in parte anche Dervio erano circondati dal mura con torri. Il castello recinto, invece, è una cortina muraria di difesa munita da una o più torri di avvistamento, di controllo e di segnalazione costruita appositamente per la difesa degli abitanti in caso di assalto nemico.
Dove era possibile si costruiva la fortificazione-recinto su un luogo alto, come per esempio a Segname e a Vezio. Occorre ricordare che questi castelli recinti sono molto più frequenti nelle zone prossime ai confini che nella pianura lombarda.
Roberto Pozzi
Il sistema costruttivo delle fortificazioni
Il sistema costruttivo delle fortificazioni-recinto è caratteristico. Si fa ampio uso del pietrame misto, allo stato naturale, e appena sbozzato con il martello con presenza anche di ciotoloni di fiume. La tecnica e l’uso del materiale è quello descritto nel “memoratorio” liutprandeo, forse estratto o riassunto di un capitolato di appalto per lavori edili del tempo. Anzitutto l’antica misura era il piede liprando, corruzione probabile di Liutprando, equivalente a 0,4462 m. Ed in piedi sono date le misure memoratorio: ad esempio la muratura “qui usque ad pedem sit grossus”. In Lombardia, più tardi si usò il “braccio milanese” composto di dodici once e 144 punti, ed era equivalente a circa 0,595 m. Il rapporto tra il piede liprando e quello lombardo è di circa tre quarti.
La materia prima dell’arte muraria era costituita dai materiali: pietra, laterizio, leganti e legnami. I leganti fino dagli antichi tempi erano o la calce o il gesso. Gli egiziani usavano il gesso non avendo lo stillicidio delle precipitazioni atmosferiche. I greci e i Romani perfezionarono l’uso della malta di calce (Catone il Vecchio, Plinio, Vitruvio). I Romani furono facilitati rispetto ai greci per l’approvvigionamento della pozzolana, materiale indicato per il miglioramento della calce che la rende idraulica, assai resistente all’azione dilavante delle acque e della neve.
Nel Medioevo e fino al secolo scorso si ebbero ben pochi progressi nei leganti impastando solo la malta di calce (moltam) con sabbia e acqua. La tecnica per migliorare la calce con la pozzolana verrà dimenticata nell’alto medioevo. A questa causa di degrado va associato l’impiego di materiale lapideo senza accurata riquadratura alla maniera dell’opus gallicum quindi con maggior impiego di malta. Ricordiamo che la muratura in pietrame del medioevo era di due tipi: l’opera romanese e l’opera gallica a secondo dell’impiego delle pietre: squadrate le une, quasi allo stato naturale le seconde. Non è ricordata nel memoratorio la muratura a secco, usata dai romani e diffusa nel medioevo soprattutto per l’edilizia militare (bastioni, torri, castelli). Le costruzioni impiegano come legante malta di calce, elastica e con scarsa capacità di aderenza. In tal modo, potevano aversi deformazioni ripartite senza il rischio di danni concentrati, smorzava il movimento degli angoli – conci in pietrame causati dalla variazione della temperatura ed inoltre aveva un gran pregio cioè la capacità di ributtare l’umidità assorbita. In quei tempi la tecnica costruttiva non faceva difetto. Per queste costruzioni per la difesa non mancavano maestranze.
I magisteri lapidum ed i magisteri lignamis costituiscono due categorie di maestri affini, con agevolazioni per le norme costruttive da seguire ed anche per agevolazioni fiscali. I compiti per l’edilizia sono codificati nel “Memoratium de mercedibus magisteri commacinorum” variamente attribuito a Gimondo, (662-671) o a Liutprando (712-744), comunque posteriore all’VIIII secolo.
Le murature ad “opus incertum” hanno il grosso vantaggio delle piccole dimensioni del materiale (le pietre) facilmente trasportabili dalla cava alla fabbrica o via terra (vecturari) o per via di acqua (lenanculari). Per modeste altezze le pietre venivano elevate a spalla con gerla o cesti, mentre la calce veniva sollevata unitamente a un truogolo. Per le torri e le murature di notevole altezza, si ricorreva all’uso di impalcature (macchine scansoriae) in legno, erette parallelamente alle fronti. Il legno veniva usato sotto forma di pertiche, di assi, di tondelli. Il ponteggio, in genere, veniva ancorato alle murature. Queste presentano fori angolari orizzontali sormontati da un piccolo architravi. Questi fori a volte inducono in errore presentandosi come feritoie. (Vianini)
Roberto Pozzi




