Archivio categoria ‘Storia’

Il sistema costruttivo delle fortificazioni

domenica, Gennaio 1, 2012 @ 03:01 PM
aggiunto da admin

Il sistema costruttivo delle fortificazioni-recinto è caratteristico. Si fa ampio uso del pietrame misto, allo stato naturale, e appena sbozzato con il martello con presenza anche di ciotoloni di fiume. La tecnica e l’uso del materiale è quello descritto nel “memoratorio” liutprandeo, forse estratto o riassunto di un capitolato di appalto per lavori edili del tempo. Anzitutto l’antica misura era il piede liprando, corruzione probabile di Liutprando, equivalente a 0,4462 m. Ed in piedi sono date le misure memoratorio: ad esempio la muratura “qui usque ad pedem sit grossus”. In Lombardia, più tardi si usò il “braccio milanese” composto di dodici once e 144 punti, ed era equivalente a circa 0,595 m. Il rapporto tra il piede liprando e quello lombardo è di circa tre quarti.

La materia prima dell’arte muraria era costituita dai materiali: pietra, laterizio, leganti e legnami. I leganti fino dagli antichi tempi erano o la calce o il gesso. Gli egiziani usavano il gesso non avendo lo stillicidio delle precipitazioni atmosferiche. I greci e i Romani perfezionarono l’uso della malta di calce (Catone il Vecchio, Plinio, Vitruvio). I Romani furono facilitati rispetto ai greci per l’approvvigionamento della pozzolana, materiale indicato per il miglioramento della calce che la rende idraulica, assai resistente all’azione dilavante delle acque e della neve.

Nel Medioevo e fino al secolo scorso si ebbero ben pochi progressi nei leganti impastando solo la malta di calce (moltam) con sabbia e acqua. La tecnica per migliorare la calce con la pozzolana verrà dimenticata nell’alto medioevo. A questa causa di degrado va associato l’impiego di materiale lapideo senza accurata riquadratura alla maniera dell’opus gallicum quindi con maggior impiego di malta. Ricordiamo che la muratura in pietrame del medioevo era di due tipi: l’opera romanese e l’opera gallica a secondo dell’impiego delle pietre: squadrate le une, quasi allo stato naturale le seconde. Non è ricordata nel memoratorio la muratura a secco, usata dai romani e diffusa nel medioevo soprattutto per l’edilizia militare (bastioni, torri, castelli). Le costruzioni impiegano come legante malta di calce, elastica e con scarsa capacità di aderenza. In tal modo, potevano aversi deformazioni ripartite senza il rischio di danni concentrati, smorzava il movimento degli angoli – conci in pietrame causati dalla variazione della temperatura ed inoltre aveva un gran pregio cioè la capacità di ributtare l’umidità assorbita. In quei tempi la tecnica costruttiva non faceva difetto. Per queste costruzioni per la difesa non mancavano maestranze.

I magisteri lapidum ed i magisteri lignamis costituiscono due categorie di maestri affini, con agevolazioni per le norme costruttive da seguire ed anche per agevolazioni fiscali. I compiti per l’edilizia sono codificati nel “Memoratium de mercedibus magisteri commacinorum” variamente attribuito a Gimondo, (662-671) o a Liutprando (712-744), comunque posteriore all’VIIII secolo.

Le murature ad “opus incertum” hanno il grosso vantaggio delle piccole dimensioni del materiale (le pietre) facilmente trasportabili dalla cava alla fabbrica o via terra (vecturari) o per via di acqua (lenanculari). Per modeste altezze le pietre venivano elevate a spalla con gerla o cesti, mentre la calce veniva sollevata unitamente a un truogolo. Per le torri e le murature di notevole altezza, si ricorreva all’uso di impalcature (macchine scansoriae) in legno, erette parallelamente alle fronti. Il legno veniva usato sotto forma di pertiche, di assi, di tondelli. Il ponteggio, in genere, veniva ancorato alle murature. Queste presentano fori angolari orizzontali sormontati da un piccolo architravi. Questi fori a volte inducono in errore presentandosi come feritoie. (Vianini)

Roberto Pozzi

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Dervio: Corenno Plinio
Inquadramento Storico

domenica, Gennaio 1, 2012 @ 02:01 PM
aggiunto da admin

Il periodo tra la fine  Duecento e il Trecento, è il più glorioso della storia di Corenno e di tutti i comuni della Riviera, e in genere di tutta la Lombardia e dell’Italia settentrionale. È il secolo di Dante, Petrarca, Boccaccio e Giotto. È infatti in questo periodo che giungono a maturazione  l’identità sociale, il senso di appartenenza collettivo, la memoria comunitaria, e, soprattutto la fiducia nelle istituzioni che caratterizzano questa parte d’Italia e che spiegano lo sviluppo e il progresso successivo fino ai nostri giorni. Allora non esisteva l’idea di nazione, che verrà imposta solo successivamente per interesse delle classi dirigenti. Esisteva la comunità locale autonoma con:

  • le istituzioni, (il Consiglio comunale), le leggi (gli Statuti), e l’amministrazione della giustizia che parte dall’obbligo per tutti gli abitanti di denuncia dei reati
  • le proprietà comunitarie: terreni, boschi, rive e lago
  • gli edifici comunitari: la casa della giustizia, la chiesa, i moli, le strade, le fontane, il lavatoio
  • il lavoro comunitario come la soccida, la vendemmia, il mantenimento del molo e delle strade, e probabilmente, la latteria comune nell’alpeggio
  • la difesa collettiva con il castello recinto e i portoni che chiudevano le vie d’accesso al borgo dal lago.
  • gli obblighi/impegni religiosi: il riposo festivo dal sabato sera, la partecipazione ai funerali e ai riti delle rogazioni, l’attività giornaliera scandita dal suono della campana e dal calendario strutturato sulle feste religiose.
  • I servizi pubblici appaltati come il trasporto sul lago, con tariffe stabilite dalla comunità. Qui è da notare un’attenzione sociale o welfare, in caso di funerali e matrimonio il servizio era gratuito.

I segni e i simboli del borgo medioevale sono oggi visibili nella chiesa e nella raffigurazione dei santi, cioè il collante simbolico religioso e nelle fortificazioni, il collante civile-simbolico della comunità.

La chiesa conserva l’affresco quale segno di identificazione legato al patrono, alla confraternita con il suo santo protettore, come i club sportivi di oggi. La gente si definisce come devota di san Rocco, di san Sebastiano o di sant’Apollonia. Il santo diventa l’occasione della festa e della celebrazione e un punto di riferimento nei momenti di crisi. Per questo si fanno i voti collettivi e le processioni comunitarie per impetrare, per esempio, l’acqua per le coltivazioni oppure l’allontanamento della peste.

Chiesa e fortificazioni fanno riferimento alle due anime che hanno costituito la storia del Medioevo locale. Esse diventano i simboli di questa rete di sostegno che garantisce la convivenza civile e disciplina i rapporti sociali definendo diritti e doveri dei cittadini e delle famiglie, prima ancora della loro incolumità fisica. Vita religiosa e vita civile si intrecciano: per motivi religiosi si facevano anche le guerre (basti pensare alla famosa Guerra decennale tra Milano e Como dal 1118 al 1127 che scoppia anche per dissensi religiosi), ma anche per motivi politici si erigono le chiese o si consacrano a un certo santo (la prova è la chiesa a S. Tommaso Becket dedicata proprio a lui perché si era opposto al re Enrico II, nemico del papa).

Sono in molti oggi a riconoscere che alla base del maggior sviluppo delle regioni del Centro Nord ci sia la maggior dotazione di risorse di capitale sociale che comincia a costituirsi in questi secoli. Per capitale sociale si intende la fiducia, le norme che regolano la convivenza, le reti di associazionismo che facilitano la cooperazione spontanea. Questo capitale sociale è una risorsa che innesca il processo di sviluppo economico di una comunità, che forte della sua identità, si apre allo scambio con le comunità vicine e lontane.

È interessante ripercorrere lo statuto del 300/400 per evidenziare questo aspetto, cioè la fiducia nelle persone e nelle istituzioni e la collaborazione tra tutti i cittadini come base della comunità.

Gli aspetti economici e culturali
Sfogliando lo Statuto del comune di Dervio e di Corenno del 1389 e gli atti notarili di questo periodo, ci si rende conto del discreto sviluppo economico e culturale di queste piccole comunità: non si trattava più un’economia di sussistenza, ma una moderna economia fondata sull’agricoltura, sull’allevamento, sullo sfruttamento del bosco, sulla pesca, sulla caccia e sull’artigianato e sul commercio.

Un aspetto importante della vita della comunità era l’appalto dei beni comunitari a beneficio del Comune: il lago per la pesca, il bosco per il legname, le tense per la caccia agli uccelli, il trasporto pubblico sul lago e alcune cariche e servizi pubblici. È sufficiente scorrere l’elenco delle merci che erano imbarcate nei cinque moli tra Dervio e Corenno per comprendere la solidità di questa economia. Si commerciavano bestie di ogni tipo (cavalli, mucche, volpi, pecore, pollame, sparvieri), cereali, (frumento, segale, miglio, panico), legumi, castagne, noci, nocciole, lino, canapa e lana. Per i metalli si parla di stagno, di ferro, di rame; di carbone ottenuto con la legna, di mattoni, legnami, piode.
Oltre a queste materie prime vi erano i manufatti dell’artigianato: stoffe di lino, di fustagno, di lana, vino, olio, miele, prodotti lattei e pelli.

Roberto Pozzi

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Le Castagne come “Pane dei Poveri”

domenica, Gennaio 1, 2012 @ 01:01 PM
aggiunto da admin

cucina castagneIl castagno per secoli ha sfamato con i suoi frutti intere generazioni ed ha costituito la base alimentare delle popolazioni rurali che in esso trovavano rimedio a carestie e povertà.
Il ciclo reimpiegava tutte le risorse: le castagne buone erano nutrimento per l’uomo, quelle guaste per gli animali, le scorze si usavano l’anno successivo per alimentare il fuoco dell’essiccatoio, le foglie come lettiera per il bestiame nelle stalle;i ricci venivano messi nella zoca: un buco nel terreno con funzioni di torbiera dove i ricci marcendo sarebbero diventati concime per gli alberi. Il suo legname serviva a riscaldare i casolari, forniva tannino per la conciatura delle pelli e materia prima per costruzioni e attrezzi di uso quotidiano.
Le castagne per il loro basso costo, l’alta reperibilità e l’elevato potere nutritivo venivano utilizzate come alternativa ai cereali, sostituivano spesso il pane di segale, da cui il nome di “pane dei poveri” ed è proprio in questa lotta per la sopravvivenza che i poveri hanno imparato ad utilizzare e cucinare le castagne nei più svariati modi.

I modi di cottura erano molto semplici: le castagne venivano lessate in pentola con acqua o arrostite con una padella bucata. Chi ne aveva la possibilità le cuoceva anche al forno.
Quando le castagne erano pronte, la padella veniva posta sull’angolo del focolare e tutti i familiari si disponevano attorno a sbucciare e preparare le belle mondine gustose e saporite.Tra i modi antichi di cucinare le castagne ricordiamo:
Castègn e làcc: castagne essiccate, sbucciate e lessate in acqua salata con l’aggiunta di qualche seme di finocchio. A cottura ultimata si mettono in una tazza con latte e zucchero.
Castègn e patati: in una pentola con acqua calda salata si cuociono castagne essiccate e pezzi di patate.
Buröll: sono le caldarroste abbrustolite fresche sulla fiamma del fuoco. Prima di toglierle dalla padella si usa farle “masarà” (inumidirsi) coperte da foglie di verza.
Peladèi: le castagne fresche e più grosse vengono sbucciate lasciando però la pellicina e si fanno lessare in acqua salata con semi di finocchio.

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Debbio… Una Madonna da riscoprire

martedì, Novembre 1, 2011 @ 10:11 PM
aggiunto da Mandello

a cura di Simonetta Carizzoni

Una passeggiata a Debbio

Negli ultimi decenni un po’ dimenticato, al confine tra due Comuni, questo santuario finalmente è per i visitatori una piacevole scoperta e un’occasione per una salutare passeggiata. Si puo infatti percorrere in pochi minuti il tratto Debbio – S. Giorgio e viceversa o arrivare da Abbadia seguendo il “Sentiero del viandante”.
Dal 2006, anno in cui un intero mese fu dedicato a Debbio, con mostre ed eventi, grazie    alla sensibilità dell’ Amministrazione Comunale    di Mandello, l’8 Settembre di ogni anno (festa della Madonna di Debbio) si può raggiungere questo sacro luogo anche in barca, rivivendo un magico momento, ammirando la chiesa dal lago e assistendo alle varie iniziative organizzate in collaborazione con la Parrocchia di San Lorenzo.


Una Madonna del latte

La devozione Mariana nel nostro territorio è testimoniata da vari oratori, chiese, santuari e cappelle votive; una recente ricerca ci illumina sulla diffusione e venerazione per le Madonne del Latte nella nostra Provincia, tra cui anche quella di Debbio.
Voglio qui ricordare altre Virgo Lactans: una era conservata in San Martino di Abbadia, un’altra, dolcissima e di buona fattura, era situata in una corte privata di Linzanico; lungo la vecchia strada che dai Saioli conduce a Lierna, sul muro di un casello se ne trova ancora una, cosi come nella chiesa di Bonzeno sopra Bellano.

Posizione privilegiata

II santuario di Debbio aveva un tempo un’importanza particolare come punto di passaggio quasi obbligato; su un colle, tra campi coltivati, in vista di Mandello, si trovava all’incrocio delle vie di comunicazione tra le sponde del lago e le strade che portavano ai borghi e verso i monti; per raggiungere Mandello bisognava salire, lungo la via Ducale, fino a S. Giorgio e ridiscendere, superando il Sasso omonimo o prendere a Debbio la barca.
In effetti ci sembra oggi strano perchè esiste la carrozzabile a lago, realizzata dagli Austriaci nella prima meta dell’800 e la ferrovia Lecco-Colico (1892). Un’unica rampa univa la chiesa all’approdo a lago prima del 1820-30, mentre ora sono tre.
L’ importanza della Madonna di Debbio è testimoniata anche dalle cartoline che la rappresentano e che venivano inviate da Mandello oltre che dai disegni di artisti locali.

Storia

La costruzione e antica, ma non databile con precisione. Inizialmente dedicata a S. Stefano (come citata gia nell’ 883), è ricordata alla fine del XIII sec. da Goffredo da Bussero nel LIBER NOTITIAE SANCTORUM MEDIOLANI tra le venti chiese di Mandello.
Nel 1434 viene commissionato dai conti Stropeni un affresco della Madonna del latte. Del 1619 è la piccola campana, con la scritta “Sancta Maria ora pro nobis”, del XVII sec. molti ex voto, ora perduti, una pala con la lapidazione di S. Stefano, una tela di Madonna con Bambino tra Santi e offerenti. Molti lavori vengono realizzati nella seconda metà del ‘700: 1755 si sposta l’affresco, nel 1760 il Santuario viene dedicato a Santa Maria Nascente, nel 1781 viene dipinta la volta della chiesa. Nel XIX sec. il santuario assume maggiore importanza quando Pio VII consacra l’altare privilegiato di Debbio.

 

Arte

Le forme attuali dell’edificio    risalgono alla seconda metà del 1700 e ripropongono la tipologia degli oratori della zona. La facciata a capanna ha una distribuzione simmetrica delle aperture, con due finestrelle ai lati del portone centrale, incorniciate in granito, una più grande superiore, decorata con cornice in stile Barocchetto come il portale sottostante. L’interno ad una navata, con volta a botte, presbiterio rettangolare, presenta la parete dell’altare dipinta a volute, conchiglie e fiori, un finto catino con le stelle.
Nell’insieme si ha l’illusione di uno spazio concavo molto ricco; ai lati dell’altare, ornato da un prezioso paliotto in seta, due porte danno accesso alla Sagrestia.
Alle pareti laterali, intonacate di rosa marmorizzato, undici ovali richiamano quasi tutti qualità e virtu di Maria.


L’affresco della Vergine (1434)

Dipinto da autore sconosciuto, l’affresco rappresenta una Madonna che allatta seduta in trono, ricoperto da un drappo rosso; tiene il Bambino Gesù con la destra, mentre nell’altra mano ha un rametto di rose.
Realizzato inizialmente sulla parete interna verso Abbadia, nel 1755 è staccato e spostato nella nicchia sopra l’altare.
Dal 1760 è protetto da un vetro con cornice dorata; un recente restauro ci ha restituito la Madonna del latte com’era (il seno nel corso del 1800 era stato coperto).

 

La religiositià popolare e gli ex-voto

La devozione popolare, iniziata    nel 1434, continua nei secoli tanto che il luogo conosciuto come “Madonna di Debbio” e molte sono le elemosine,    le offerte, i lasciti.
L’afflusso dei fedeli aumenta dopo che il 26-9¬1817 papa Pio VII concede l’Indulgenza Plenaria perpetua.
Anche una recente ricerca ha dimostrato l’attaccamento dei mandellesi per questo santuario, frequentato assiduamente fino al dopoguerra e agli anni ’60, e confermato come le donne in particolare vi si recassero per pregare questa Madonna del latte, chiederle la grazia di un figlio, la protezione durante la gravidanza, il parto e l’allattamento, che nei secoli passati voleva dire la sopravvivenza del neonato. Era abitudine portare i bambini a Debbio (piccoli, ma anche ragazzi); la panchina esterna permetteva anche a loro, quando la chiesa era chiusa, di vedere l’interno e di rivolgere una preghiera alla Vergine; si lasciavano fiori e ceri sulla finestra aperta e tante famiglie si recavano per la festa sia a piedi che in barca. Le processioni passavano per Debbio: a S. Marco, il 25 aprile, si facevano benedire le uova del baco da seta, ad aprile-maggio vi passavano le rogazioni, processioni mattutine per la benedizione dei campi. Molti matrimoni sono stati celebrati nel Santuario e si racconta di fatti miracolosi.
Una particolare attenzione meritano gli ex voto del ‘700 e ‘800, realizzati su supporti di materiale diverso, prevalentemente ligneo, una produzione pittorica minore ricca di fascino (le relative copie sono ora appese nella chiesa).

La festa della Madonna di Debbio

Preceduta da una novena, l’8 settembre era una ricorrenza molto attesa e speciale, con la S. Messa, i Vespri e i canestri; ci si fermava tutto il giomo per una scampagnata in compagnia.

Tutte le opere sono da qualche anno conservate in S. Lorenzo a Mandello: la tela e la pala sono visibili nella cappella di S. Marta, gli ex voto sono nel corridoio tra questa e la Sagrestia, dove si trova anche l’Indulgenza plenaria, incorniciata sopra la porta; la preziosa corona della Madonna è conservata invece nel Museo della parrocchiale. Sul leggio dell’altare centrale si può notare un altorilievo raffigurante l’Eterno Padre, che ha subito diversi spostamenti (sui quali non concordi sono i vari studiosi), ma era conservato a Debbio: alcuni testimoni raccontano che un tempo era inserito nel muro di sinistra dell’ultima rampa di scale, da qui rimosso e murato nella parete esterna verso Abbadia in occasione dell’ampliamento del sagrato della chiesa verso sinistra.

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Il Pavimento Romano di Lierna

martedì, Novembre 1, 2011 @ 10:11 PM
aggiunto da admin

Dal 2006 il Museo Archeologico di Lecco si arricchisce di un nuovo allestimento.
Si tratta del mosaico romano, databile al I sec. d. C. rinvenuto a Lierna sulle rive del lago nel 1876 che, dopo un lungo  restauro, viene esposto al pubblico nella sala romana. In stile geometrico, con tessere bianche e nere, è costituito da file di esagoni, con un motivo all’interno: su una fila vi è un fiore a sei petali, mentre sull’altra dei triangoli che formano delle clessidre. Il mosaico, rinvenuto insieme a tronchi di colonne, apparteneva ad una villa signorile edificata sulle sponde del lago.
L’importanza del mosaico risiede nella sua unicità: si tratta dell’unica testimonianza sul territorio lecchese dell’esistenza di edifici signorili di epoca romana costruiti sulla sponda orientale del lago.

Il Museo Archeologico situato a palazzo Belgioioso  in Corso Matteotti a Lecco è aperto al pubblico da martedi a domenica dalle h. 9.30 alle h. 13.30. Ingresso libero.

pavimento romano di Lierna

 

testo di Franca Panizza

Lierna – Il Lariusauro di Grumo e altri ritrovamenti fossili

martedì, Novembre 1, 2011 @ 09:11 PM
aggiunto da admin

Il Lariosauro era un rettile acquatico, carnivoro predatore, vissuto nel periodo Triassico, circa 200 milioni di anni fa, quindi più antico dei Dinosauri.
Il quell’epoca la zona si presentava come un mare tropicale , l’ambiente intorno a Lierna era simile ad una laguna dove, tra gli altri animali, viveva il Lariosauro.
Dai fossili ritrovati gli studiosi sono risaliti al suo probabile aspetto fisico.
Il Lariosauro era un animale lungo circa 1 metro, dalla struttura idrodinamica lunga e snella, con un collo allungato che sorreggeva una testa triangolare con la bocca munita di due file di denti aguzzi. Dalla struttura scheletrica degli arti si deduce che le zampe erano corte, muscolose, probabilmente pinnate le anteriori, adatte al nuoto.
Non si conosce con certezza il suo colore, poiché non è rilevabile dai fossili; si ipotizza una colorazione mimetica, grigio-verdastra, molto più chiara sul ventre: essendo un predatore, in questo modo poteva confondersi con l’ambiente marino mentre nuotava, sia visto dall’alto che dal basso.
Probabilmente non si allontanava mai molto dall’acqua, sulla terraferma doveva muoversi goffamente, un po’ come le attuali otarie.
Il suo nome deriva dal fatto che il primo esemplare fossile di questo animale venne trovato intorno al 1830 nella zona lariana vicino a Varenna e descritto dallo zoologo Giuseppe Balsamo Crivelli.

Nel 1933, presso la cava di Grumo, venne ritrovato casualmente da Giacomo Scanagatta, allora ragazzino, un esemplare di Lariosaurus balsami.
Il Lariosauro di Grumo, purtroppo privo della testa e di buona parte del collo, era un individuo relativamente giovane: il reperto misura 29 cm e se ne deduce che la lunghezza dello scheletro completo dovesse essere di circa 45 cm.
Nell’aprirsi in due del blocco che lo conteneva, quasi tutto il fossile è rimasto su una delle superfici, mentre l’altra ne ha conservato l’impronta.
Entrambe le matrici sono state salvate.
Di fatto, la parte più grande dell’esemplare aderisce ventralmente ad una delle due lastre, è cioè esposto il dorso dell’animale, mentre sull’altra insieme con l’impronta restano alcune ossa delle zampe e del torace.
Oggi è conservato presso il Museo di Storia Naturale di Lecco a Palazzo Belgioioso e dal giugno 2005 è aperta al pubblico la Sala del Lariosauro.

Lariosaurus Balsami Curioni - il fossile ritrovato a Lierna

Lariosaurus Balsami Curioni - il fossile ritrovato a Lierna


ALTRI RITROVAMENTI DI LARIOSAURO

Nella nostra zona sono stati rinvenuti altri esemplari di Lariosaurus Balsami : si tratta di 14 ritrovamenti che comprendono anche piccoli frammenti ed un calco naturale. Non si può escludere che qualche altro reperto sia detenuto clandestinamente in collezioni private.

Il primo esemplare fu trovato intorno al 1830 e segnalato nella rivista “Politecnico” di Milano nel 1839 da Giuseppe Balsamo Crivelli che, però, non gli diede un nome.

In seguito, un altro studioso, Giulio Curioni, rinvenne un altro fossile di circa 22 cm, il più piccolo conosciuto: era semplicemente un cucciolo di Lariosauro ma lo classificò come se fosse una specie diversa.

Nello stesso tempo diede il nome a quel primo esemplare che era stato descritto, ma non denominato, da Balsamo Crivelli.
In suo onore lo chiamò Lariosaurus balsami, il “rettile del Lario di Balsamo”.
Forse l’equivoco sul mostro del lago può essere nato da qui.
Nonostante l’incompletezza dell’animale, si trattava di una scoperta assai importante: era il primo rettile fossile rinvenuto in Italia.
Era uno dei più grandi esemplari che si conoscano: il  fossile misurava 56 cm, da cui si deduce che le dimensioni dell’animale dovevano aggirarsi intorno ai 110 cm.

L’esemplare meglio conservato di Lariosaurus balsami è custodito in un museo di Monaco di Baviera. E’ lungo 90 cm ed è il soggetto più completo che si conosca. E’ stato scelto come esemplare di riferimento dopo la perdita del primo esemplare tipo durante la Seconda Guerra Mondiale nei bombardamenti di Milano del 1943.

L’esemplare più grande sinora ritrovato arrivava al metro e trenta, era conservato al Museo di Storia Naturale di Milano ma probabilmente andò perduto insieme ad altri esemplari nel rogo in seguito al bombardamento del 1943. Curioni, che l’aveva classificato, comprò personalmente dai cavatori anche altri esemplari.
La sua collezione personale, che comprendeva anche il secondo piccolo reperto ritrovato ed erroneamente classificato, venne da lui donata all’Ufficio Geologico di Roma.
Questo fece sì che i reperti, trasferiti dal Museo di Milano a Roma, si salvassero dai bombardamenti.

Un esemplare piuttosto grande, di circa 60 cm, ritrovato nel 1921 presso il Crot del Pepot a Perledo, è oggi conservato al Museo di Storia Naturale di Milano.

In ordine di tempo, dopo quello di Grumo, l’ultimo esemplare scoperto è un piccolo reperto trovato ad Olcio negli anni ’70.

Presso la grotta della Madonna di Lourdes, che si trova nel cortile dell’asilo di Olcio, alcuni bambini videro nel lastricato dell’area pavimentata antistante “una specie di disegno fatto dagli uomini preistorici”: si trattava di un soggetto giovane di Lariosauro, uno dei più piccoli conosciuti, che misurava circa 24 cm.
Anch’esso è conservato presso il Museo di Storia Naturale di Lecco.

Dagli anni ’70 ad oggi, alcuni autori hanno ascritto a Lariosaurus balsami  un certo numero di fossili ritrovati in diversi paesi europei: Svizzera, Austria, Germania, Spagna.

 

” I testi sono tratti da “Lariosaurus” di Giancarlo Colombo e da una ricerca svolta dagli alunni della Scuola Media di Lierna e rielaborati a cura di Marina De Blasiis”

Lierna – la Cava di Grumo

martedì, Novembre 1, 2011 @ 09:11 PM
aggiunto da admin

Entrò in funzione nel 1867 e fin da allora venne definita “cava del marmo nero”.
La cava era di proprietà della famiglia Scanagatta che vi lavorò fino agli anni ’50.

Famiglia Scanagatta

Nonno di Giacomo Scannagatta, Giacomo Scannagatta bambino e nel 2008

L’estrazione delle rocce veniva effettuata a mano con martello e scalpello, poichè, data la vicinanza con l’attuale provinciale 72, non si potevano far brillare mine.

Le rocce si presentavano a strati, pertanto non era possibile estrarre blocchi di grandi dimensioni; inoltre non tutta la roccia era ugualmente sfruttabile a causa del diverso spessore degli strati, delle variazioni delle proprietà fisiche e per la presenza di discontinuità.

Il materiale estratto veniva scelto dai compratori sulla piazza di Lierna, in base alle richieste di mercato; se il pezzo era troppo grande si provvedeva a tagliarlo ulteriormente in cava, altrimenti veniva trasportato via lago a Varenna dove si procedeva alla sua levigazione e trasformazione nella forma voluta.

Anche la Fabbrica del Duomo di Milano fu interessata all’acquisto della cava che però la famiglia Scanagatta non volle mai vendere.

All’interno degli strati calcarei furono anche recuperati minerali allo stato cristallino e fossili; fu proprio alla cava di Grumo che nel 1933 venne ritrovato il fossile di un esemplare di Lariosauro.

Operai Cava di Grumo

Signori in visita alla Cava con gli abiti della festa e i Cavatori della Cava di Grumo

Le foto sono state fornite da Giuseppe Scanagatta

VARENNA – STORIA E GEOGRAFIA

martedì, Novembre 1, 2011 @ 04:11 PM
aggiunto da Varenna

Coordinate: 46°01′00″N 9°16′00″E
Altitudine: 220 m s.l.m.
Superficie: 11 km²
Abitanti: 812[1] (31-12-2010)
Densità: 73,82 ab./km²
Frazioni: Fiumelatte
Comuni confinanti: Bellagio (CO), Esino Lario, Griante (CO), Lierna, Menaggio (CO), Oliveto Lario, Perledo

CENNI STORICI
Le origini di Varenna e degli abitati sulle alture che la circondano (Monvarena) si perdono nell’oscurità dei tempi. Si può affermare che la località dev’essere stata abitata fin dai tempi più remoti.

Varenna, posta allo sbocco di una fertile valletta, circondata da alte rocce in uno dei punti più propizi del lago, sia per la pesca, sia per ragioni di difesa, dev’essere stata scelta come luogo di dimora delle prime popolazioni del lago.

Si nomina Varenna nella Storia di Milano, del Corio, riferita all’anno 493.varena2

In una antica tradizione, è ricordata Varenna al tempo dei Longobardi. La regina Teodolinda, vuole la leggenda, avrebbe trascorso gli ultimi anni della sua vita a Gittana, e avrebbe fatto costruire, tra l’altro, il Castello di Vezio.

Nel 1169, il 24 Giugno, avvenne la distruzione dell’Isola Comacina da parte dei  Comaschi, alleati del Barbarossa.

“Gli abitanti che ebbero salva la vita si rifugiarono a Varenna e là si stabilirono ingrossando quel piccolo borgo e portandovi  il rito Patriarchino”.

Da qui la mutazione del nome in “Varena seu Insula Nova”.

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Gli isolani portarono a Varenna incremento e ricchezza e, ancor oggi, rimangono tracce delle loro abitazioni: piccole case unite da archi, ed aventi tutte una uniformità essendo a due piani con tre finestre, allineate nelle viuzze di ripide scalinate.

Tutti gli anni i Varennesi ricordano lo sbarco dei Comacini il primo sabato di Luglio, con una grandiosa festa culminante con spettacolari fuochi d’artificio.

Oggi Varenna è una località turistica internazionale e l’antico spirito di accoglienza non è andato perso.

Lo testimoniano le migliaia di turisti che la visitano e vi soggiornano.

 

MANDELLO – STORIA E GEOGRAFIA

martedì, Novembre 1, 2011 @ 04:11 PM
aggiunto da Mandello

GEOGRAFIA
Altitudine: 203 metri s.l.m. Superficie: km2 41,77
Posizione geografica: Ramo orientale del lago di Como (ramo di Lecco) – Il territorio è diviso in due porzioni, separate dal lago: la maggior parte del territorio comunale si estende sulla riva orientale del lago e giunge fino alla cima della Grigna Settentrionale (m 2.410). La parte restante si trova sulla riva occidentale ed è costituita dalla frazione Moregge e dal versante est del monte Moregallo (m 1.275).
Frazioni: Maggiana, Olcio, Rongio, Somana con Sonico
Vecchi Nuclei: Mandello (Borgo a lago), Gorlo, Luzzeno, Molina, , Motteno, Mulini, Olcio, Rongio, Somana (Bornico), Sonvico, Tonzanico, Zeno.

CENNI STORICI
Si ritiene che il suolo su cui sorge la cittadina sia formato dalla pianura alluvionale che il torrente Meria ha creato trasportando a valle, verso la foce, grandi quantità di detriti, massi, ciottoli e ghiaia.
Su questa pianura, circondata da fertili colli, alla fine del VII sec. a.C. si stabilirono i Celti (come confermato da reperti archeologici rinvenuti nei dintorni). Dopo la vittoria dei Romani sui Celti a Casteggio (PV) Mandello venne assogettato dal condottiero romano Marco Claudio Marcello e, insieme ad altre località del lago, divenne un Pagus romano.
Nonostante il borgo sia di fondazione preromana, si ipotizza che il nome della cittadina sia di origine romana e che derivi dal nome «Mandella», di una famiglia aristocratica romana o dal nome proprio «Amandello».

Le prime menzioni scritte che riguardano Mandello risalgono all’epoca dei Longobardi dai quali fu classificata «corte regia», ossia terra di proprietà reale.
Nel 603 il papa Gregorio I, probabilmente a seguito di una contesa con il re longobardo Agilulfo, cedette al conte di Angera tutte le corti regie del Comitato di Milano, fra le quali figurava anche Mandello.
Successivamente Mandello divenne comune rurale dell’alto milanese, «feudo comitale e residenza dei Conti di Mandello» o «Mandelli» che trassero, come di consuetudine ai tempi, il cognome di famiglia dal nome del borgo.

Nel 1117, durante la guerra tra Como e Milano, i Mandellesi si schierarono con i Comaschi a fianco del papa Urbano II, contro i Milanesi appoggiati dall’imperatore Enrico IV. Nel 1126, nel corso della guerra durata ben 10 anni, il borgo di Mandello fu saccheggiato ed incendiato da parte dei Lecchesi e dei Milanesi.

Nel 1154 Federico Barbarossa, sulla via del ritorno verso la Germania dopo la sua prima discesa in Italia, affidò la custodia del paese e della Torre di Maggiana ad Alcherio Bertola, ricco signore del luogo fedelissimo alla causa imperiale.

Nel 1160, quando le città italiane pensarono a rendersi indipendenti dall’impero e si formarono i comuni, Mandello fu tra i primi borghi del lago ad accogliere la novità amministrativa e si costituì in Comune, con consoli, assemblee e magistrati propri.
Durante la lotta tra Visconti e Torriani Mandello, coerente con la sua posizione guelfa, parteggiò per questi ultimi.

Nel 1311 Mandello fu invaso dalle truppe di Cressone Crivelli ed a lui l’imperatore Enrico VII concesse in feudo Lecco e le zone limitrofe.

Nel 1336 Lecco e Mandello passarono sotto il governo di Azzone Visconti; sotto il suo dominio la vita pubblica conobbe un periodo di ordine e di buona amministrazione.
Sul finire del XIV secolo vennero promulgati ufficialmente gli statuti per il borgo e la sua popolazione; il primo podestà, Giovanni De Bombelli, fu eletto il 13 febbraio 1398. Nel 1429 il duca Filippo Maria Visconti concesse alla terra di Mandello alcuni privilegi che vennero confermati ed accresciuti da Francesco Sforza nel 1450.

Durante la guerra tra Milano e Venezia, Mandello resistette alla Repubblica Veneta che, nel 1453, aveva già occupato la Valsassina e minacciava anche Bellano e la riviera orientale del lago.
E’ in questo periodo che il borgo venne ulteriormente fortificato e fu concluso il vallo attorno all’abitato.

Il 23 ottobre 1537 l’imperatore Carlo V concesse il feudo di Mandello e riviera al senatore cremonese Francesco Sfondatri. Gli Sfondatri mantennero l’investitura fino al 1788, anno in cui i Serbelloni fecero domanda per ottenere il «Contado della Riviera» (a cui apparteneva anche Mandello), ma l’anno successivo le leggi napoleoniche abolirono ogni vincolo feudale.

Successivamente Mandello subì il dominio dei Francesi e degli Austriaci almeno fino al 1848, quando le idee rivoluzionarie presero piede ed in paese fu istituito un «Comitato Risorgimentale».

Mandello fu il primo comune lariano su cui sventolò la bandiera italiana.

APPROFONDIMENTI

Mandello: Alla ricerca di tracce medioevali nel borgo antico

Mandello: Archivio Comunale della Memoria Locale

LIERNA – STORIA E GEOGRAFIA

martedì, Novembre 1, 2011 @ 04:11 PM
aggiunto da Lierna

Coordinate: 45°58′00″N 9°18′00″E
Altitudine: 202 m s.l.m.
Superficie: 11 km²
Abitanti: 2.242[1] (31-12-2010)
Densità: 203,82 ab./km²
Frazioni: Bancola, Casate, Castello, Cisarino, Genico, Giussana, Grumo, La Foppa, Mugiasco, Olcianico, Sornico, Villa
Comuni confinanti: Esino Lario, Mandello del Lario, Oliveto Lario, Varenna

CENNI STORICI
Lierna è situata sulla Riviera Orientale del Lago di Como tra Mandello e Varenna ed è costituita dalle frazioni di Grumo, Casate, Mugiasco, Olcianico, Sornico, Castello, Giussana, Ciserino, Genico, Villa e Bancola. Prende forse il suo nome dal romano “Hibernia”, quartiere invernale di truppe romane, anche se l’ipotesi più argomentata  è quella di un’origine celtica.Alcuni reperti archeologici, e in particolare il pavimento a mosaico trasportato a Palazzo Belgioioso a Lecco, al Museo, confermano tuttavia una presenza romana sulla quale si è diffusa la Rivista della Società Archeologica Comense nel 1876.Il primo documento notarile riguardante Lierna è dell’854. Il paese, feudo del Monastero di S. Dionigi di Milano dal 1035 al 1202, fu a lungo conteso tra Milano e Como, tra i Torriani e i Visconti, offrendosi addirittura nel 1375 in soggezione a Varenna. Nel 1499 passò sotto il dominio di Marchesino Stanga e nel 1533 sotto quello degli Sfondrati di Cremona, feudatari della Riviera sino al 1788.Nel 1743 avvenne la separazione amministrativa del Comune di Lierna da quello di Mandello.Nel 1619 la chiesa di S. Ambrogio divenne parrocchiale e nel 1626 fu riedificata e ingrandita. Antonio Anzani, rettore, fu il primo parroco di Lierna.Il paese fu in perpetua contesa con Esino per i diritti sui boschi e con Varenna per i diritti di pesca e i confini. Il paese ha fornito vasta emigrazione nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, in particolare verso Argentina e Uruguay, dove numerosi liernesi si distinsero in attività industriali, agricole, artigiane e artistiche. I Balbiani e i Pini fecero fortuna con i liquorifici in Argentina, Bartolomeo Panizza fu allevatore in Uruguay, Davide Giosìa Barindelli avviò un grande laboratorio di falegnameria a Buenos Aires. Giuseppe Lelio Balbiani fondò numerose aziende agricole. Emilio Bonesatti fu direttore generale delle rendite a Buenos Aires. Altri Bonesatti invece si distinsero nella musica, sia come studiosi che come concertisti. Splendide ville abbelliscono il paese e quasi allo sbocco del paese in direzione di Varenna si trova la magnifica Villa Pini, nel cui giardino si trova una freschissima sorgente di acqua ferruginosa. Ulivi (un tempo anche molte viti) ammantano il declivio su cui sorge l’abitato che si stende oltre la vecchia statale che lo attraversa fino al lago dove, in località Riva Bianca, un antico castello mostra i suoi ruderi.

Testo di Franca Panizza

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